Il blues del Net*

Intervista a Bernard Stiegler

Bernard Stiegler, filosofo, amico e membro del comitato scientifico di Kaiak. A philosophical Journey, ci ha lasciato il 6 agosto 2020.

Il comitato di redazione vuole ricordarlo pubblicando una sua significativa intervista del 2013, “Il blues del Net”, ora contenuta nel volume B. Stiegler, Il chiaroscuro della rete, KE Edizioni, a cura di P. Vignola, 2014.

L’intervista raccoglie la maggior parte dei temi e dei riferimenti del lavoro di Stiegler sulla critica al digitale, lavoro che si sostanzierà nella grande opera del 2015, La società automatica, recentemente pubblicata da Meltemi in italiano.

Vorremmo conoscere innanzitutto il suo punto di vista in merito a quella che viene definita la rivoluzione digitale.

Bernard Stiegler: La rivoluzione digitale in senso proprio è incominciata quasi una ventina d’anni fa, quando gli Stati Uniti hanno reso Internet accessibile al mondo intero attraverso il web. Gli USA si sono appropriati di una visione, che era quella di un europeo, Tim Berners-Lee, e ne hanno fatto un dispositivo di riconquista. Si è trattato di una strategia politica profondamente studiata da almeno cinque anni, ed è qualcosa che ha autenticamente trasformato il volto del mondo. Non ne siamo ancora del tutto consapevoli, e non sono sicuro che saremo mai capaci di prenderne pienamente coscienza: questo processo, che continua a svilupparsi, è di un’estrema complessità, di un’estrema rapidità e di estensione planetaria.

Il digitale è innanzitutto un processo di formalizzazione generalizzata. Tale processo, che si basa su protocolli di compatibilità, rende compatibili tra loro tecniche molto diverse e variegate. È un processo di unificazione mediante codici binari, norme e procedure che oggi permettono di formalizzare un po’ tutto: viaggiando sulla mia automobile con un sistema GPS, sono allacciato mediante il digitale a un processo di triangolazione che formalizza la mia relazione con delle mappe in cui navigo e che trasformano il mio rapporto con il territorio. I miei rapporti con lo spazio, la mobilità e il mio veicolo sono totalmente trasformati. Le mie relazioni interindividuali, sociali, familiari, scolastiche, nazionali, commerciali, scientifiche sono anch’esse letteralmente sconvolte dalle tecnologie del social engineering. Lo stesso vale per la moneta e per molte altre cose – e in particolare per tutte le pratiche scientifiche e per le diverse forme della vita pubblica.

Questo divenire proviene da quel che chiamo – riprendendo un’espressione di Sylvain Auroux – il processo di «grammatizzazione». Basandomi su lavori recenti, sostengo che tale processo – come André Leroi-Gourhan permetteva già di pensare – si è innescato durante il paleolitico superiore, per intensificarsi nel neolitico e dare luogo alla comparsa delle scritture ideogrammatiche. In seguito si è complessificato, arricchito, passando per gli automi di Vaucanson, gli automatismi nelle fabbriche, poi per la meccanografia e, infine, ha raggiunto il suo stadio attuale, che è quello digitale.

La parola «grammatizzazione» proviene dal greco τα γράμματα [ta grammata, ndr], che significa “le lettere”. Essa rende possibile la “discretizzazione” di quel flusso temporale continuo che è la parola, e questa discretizzazione si effettua attraverso una spazializzazione che consiste anche in una riproduzione grafica, vale a dire visiva.

Oggi il digitale permette di discretizzare non solo i movimenti della lingua e della bocca che producono la parola, bensì tutti i movimenti, umani e non umani – ad esempio, il movimento delle carcasse dei buoi che attraversano l’Atlantico su dei cargo provenienti dall’Argentina per nutrire gli Europei e sui quali sono stati innestati dei chip RFID (Radio-Frequency Identification), per garantirne quella che oggi viene chiamata la tracciabilità.

Ecco un altro esempio: si segue il movimento degli animali e degli insetti per provare a comprendere il processo di trasformazione della vita, della terra, degli altri ecosistemi, straordinariamente perturbati dall’attività umana, industriale e da quel che si chiama “l’antropizzazione” del mondo. Ma il digitale permette anche di costruire i profili degli utenti e, a partire da ciò, di controllare i comportamenti suscitando dei mimetismi sociali, di tracciare tutti i fatti e i gesti umani, e di applicarvi delle matematiche correlazioniste, i cui circoli di retroazione inducono quella che Antoinette Rouvray e Thomas Berns[1] descrivono come una «governamentalità algoritmica», ossia una previsione automatizzata della vita pubblica e privata. Oppure, ancora, la grammatizzazione permette di discretizzare i movimenti nel cervello, come avviene con l’imaging cerebrale, e di utilizzare questi processi di discretizzazione a beneficio del neuromarketing, fondato su di un’analisi del cervello che tende, in particolare, a sollecitare direttamente gli automatismi pulsionali cortocircuitando le forme di apprendimento sociale.

Tutto ciò, al tempo stesso, dischiude immense e inedite possibilità, estremamente promettenti, per le relazioni sociali, le forme di sapere, le cooperazioni di ogni genere, le comunità di contributori alla pari, l’economia contributiva, i nuovi strumenti di ricerca, di educazione e di creazione, nonché, infine, per una nuova epoca della vita dello spirito.

Si tratta di un processo colossale, sovraccarico di contrasti e di contraddizioni. Credo che solo da poco tempo le società umane, e in particolare la società europea, ne abbiano preso coscienza. Purtroppo in Europa questa presa di coscienza è stata terribilmente tardiva.

L’affare Snowden, considerato come un segnalatore d’allarme in Europa e come un tradimento negli Stati Uniti, ha rivelato pratiche della NSA (National Security Agency), con la complicità di Facebook, Google e altri attori americani, che consistono nell’informare i servizi segreti americani sulle attività di ognuno di noi, mediante la tracciabilità generalizzata. Di fronte a questi fatti inediti, ma anche con la sensazione crescente di un’egemonia sempre meno tollerabile degli obiettivi commerciali che non trova più alcun limite di regolazione politica e sociale e che si esercita quasi esclusivamente dall’epicentro della California, gli hackers, i programmatori militanti del web, di Internet, dell’informatica e di tutti i settori del digitale – e io mi impegno personalmente da trent’anni – nonché un gran numero di proseliti della “rivoluzione digitale” sono colpiti da ciò che, nel corso di un incontro pubblico di Ars Industrialis al Théâtre du Rond Point, ho chiamato il «blues del Net»[2] .

Queste attività e comunità scoprono di colpo che Internet ha degli aspetti estremamente tossici. Ad esempio, quando si osserva quel che rivela Snowden, si scopre che la possibilità stessa del segreto sembra scomparire con la digitalizzazione generalizzata della vita quotidiana. Ora, la scomparsa del segreto è un fatto molto grave. Sul piano psichico, rappresenta forse la distruzione della possibilità stessa di costruire una psiche dotata di un’intimità e di un’individuazione singolare, se è vero che l’inconscio è ciò che resta nascosto e segreto a me stesso. Sul piano diplomatico, inoltre, la pubblicazione dei dati e dei cablotaggi diplomatici a opera di Wikileaks – mediante un pompaggio di dati che solo Internet rende possibile – che è stata presentata come una cosa positiva, è anche e letteralmente un’esplosione delle condizioni della diplomazia tradizionale, ossia di ciò che a volte serve a evitare la guerra. Secondo me, la pubblicazione dei cabli diplomatici comporta indubbiamente una dimensione positiva, ma soprattutto non ci si può convincere che non rappresenti anche un cambiamento pericoloso.

È evidente che il segreto sia necessario nella vita internazionale. Ma il segreto bancario, ad esempio, è necessario? Si tratta di un altro argomento di cui non abbiamo il tempo di parlare, ma molti considerano (e innanzitutto io) che i trasferimenti automatizzati di informazioni bancarie per impedire il segreto dovrebbero essere obbligatori.

Comunque sia, il segreto della vita intima è essenziale e fonda la possibilità di accedere alla dignità dell’esistenza – dignità che, per Pico della Mirandola, definisce l’umanità. La tracciabilità dei dati personali crea una sorta di nudità digitale, che è indegna dell’uomo. L’intimità è la possibilità e la necessità di avere una vita segreta, ivi compreso a me stesso. É innanzitutto questo l’insegnamento di Freud. Ciò che mi è davvero intimo non lo conosco nemmeno io ed è quel che si chiama l’inconscio. Attraverso l’espressione di sé, tutta la storia dell’umanità consiste in qualche modo nel “secretare i propri segreti” senza renderli pubblici, e senza che vi si possa accedere integralmente.

A partire dalla politeia, ciò diviene un elemento fondamentale dell’organizzazione sociale. I Greci giocarono un ruolo estremamente importante nella differenziazione precisa, rigida e istituzionalizzata tra il pubblico e il privato, per cui non vi può essere sfera pubblica se non vi è una sfera privata. Per comprenderlo, bisogna leggere il testo che Jean-Pierre Vernant consacra al rapporto della coppia formata da Hermes ed Estia. Estia è la figura del focolare, dell’intimità, del segreto e della cura rivolta al fuoco, che comporta sempre una dimensione sacra e divina. Hermes è invece la figura della circolazione, della comunicazione e dello spazio pubblico. Vernant mostra che l’uno non va senza l’altra: se si distrugge il segreto, si distrugge lo spazio pubblico – e viceversa.

Noi, donne e uomini del XXI secolo, viviamo una rivoluzione della pubblicazione: lo spazio digitale è prima di tutto un processo di pubblicazione. Ci autopubblichiamo, volontariamente o meno. Lo facciamo in modo involontario quando siamo tracciati dai cookies: tutto ciò che facciamo è analizzabile, stoccabile e trattabile da quel che si chiamano i big data, i quali sono nuove modalità di mettere all’opera delle matematiche applicate probabiliste, i cui algoritmi possono catturare e trattare centinaia di miliardi di dati, in modo da modificare performativamente[3], mediante circoli di retroazione dinamica, i comportamenti di coloro i cui dati sono analizzati in tempo reale, effettuando continuamente delle correzioni di traiettorie che sono in realtà pilotaggi automatici dei comportamenti.

Ad ogni modo, tutti noi, attraverso questo sistema di pubblicazione, siamo in grado di pubblicare e di diffondere così le nostre idee, le nostre proposte, le nostre analisi, i nostri punti di vista, le nostre critiche, ecc. In tal senso, diventiamo capaci di partecipare in modo assolutamente nuovo alla vita pubblica, ad esempio creando dei siti – come quello di Ars Industrialis – e ciò offre nuove possibilità per quella che Simondon chiamava l’individuazione psichica e collettiva.

Impiego qui la parola «individuazione» per descrivere il carattere «farmacologico» di Internet: Internet è a doppia faccia, offre possibilità inedite e assolutamente straordinarie di individuazioni, nello stesso tempo in cui minaccia i principi stessi dell’individuazione.

Internet è un φάρμακον [pharmakon, ndr], nel senso in cui Platone lo diceva relativamente alla scrittura, e noi oggi scopriamo questa doppia faccia. Il sistema attuale del web è pericoloso per il segreto, per l’individuazione psichica, per l’individuazione collettiva, e questo pericolo deriva dal fatto che non si può e non si deve sottomettere tutto alla calcolabilità. Una tale forma di sottomissione non può che generare una “servitù volontaria” che potrebbe del resto diventare rapidamente involontaria e insuperabile. Inversamente, il digitale permette di intensificare l’incalcolabile allo stesso modo in cui la scrittura nell’Antica Grecia ha permesso degli immensi effetti d’individuazione e di arricchimento della diversità sociale – in particolare, rendendo possibile la cittadinanza, che rappresentò la nascita di un nuovo processo d’individuazione psichica e collettiva.

La generalizzazione della scrittura ha certamente generato una perdita di differenziazioni idiomatiche, ossia d’individuazioni locali. Ogni specie di idioma è entrato in regressione. Al tempo stesso, questa generalizzazione rappresentò un guadagno d’individuazione attraverso la cittadinanza, la tragedia, la filosofia, ecc. – e tutto ciò sulla base del diritto pubblico.

La questione, per noi, è allora quella di sapere se il digitale si orienterà verso qualcosa del genere o, al contrario, verso un processo di «dis-individuazione» generalizzata.

Ombre e luci digitali

Come si dovrebbe far evolvere il web, secondo lei?

Bernard Stiegler: Penso che il web attuale sia un sistema entropico. È apparso agli occhi della maggior parte di noi, a cominciare da me, come una chance di neghentropia, ossia come una nuova capacità di diversificazione, in particolare perché ha permesso di de-massificare i media. Oggi, i grandi quotidiani, come Le Monde o molti altri, permettono a ogni genere di attore di aggregarsi al giornale, producendo un’enorme diversità di punti di vista. È una chance, e ciò ha in qualche modo dato la sensazione di una rinascita – dopo il divenire estremamente consumistico dei media di massa e delle industrie culturali, che ha funzionato come una specie di torchio, soprattutto sugli ultimi venti anni. La televisione e tutto il resto dei media si sono terribilmente degradati, e questo era legato a un modello economico e industriale che sta andando a rotoli.

Ad ogni modo, il web è apparso all’inizio come una chance di neghentropia, ossia di grande diversificazione. Tuttavia, dopo qualche anno, e in particolare da quando si parla dei Big four, si scopre la straordinaria egemonia dei giganti planetari, che hanno conquistato un potere di prescrizione sui comportamenti sociali senza precedenti[4].

Solo gli Stati Uniti traggono pienamente profitto da questa economia di dati. Quest’ultima, che distrugge le fiscalità nazionali europee e priva sempre più i poteri pubblici dei loro mezzi d’azione, si basa su di una calcolabilità generalizzata che contraddice la promessa di neghentropia portata dal web. Tale calcolabilità ha una tendenza a reintrodurre la legge dell’audimat [equivalente dell’italiano auditel, ndr]. Il page-ranking praticato dall’algoritmo di Google è una forma di audimat chirurgico molto specifico, molto efficiente, molto raffinato ma che, come l’audimat televisivo, giunge a trasformare le singolarità in particolarità, vale a dire in elementi calcolabili in quanto omogeneizzati e desingolarizzati. Il singolare è incalcolabile, al contrario del particolare. Assistiamo perciò a un nuovo processo di entropizzazione e sentiamo che sta minacciando i linguaggi. Interpreto così le analisi che Frédéric Kaplan ha proposto in relazione a quel che chiama il «capitalismo linguistico».

Questo stato di fatto, tuttavia, non è assolutamente uno stato di diritto, e potrebbe quindi andare in modo totalmente diverso: il web messo al servizio dell’intensificazione della «individuazione», cioè delle singolarità, è il futuro – ed è il futuro dell’Europa. Allo stato attuale, il web tende a orizzontalizzare e a livellare le informazioni perché deve sottometterle a dei processi di calcolabilità che si basano sulla soppressione delle opacità.

Dicevo poc’anzi che il web e Internet sono tecnologie di pubblicazione. Le tecnologie di pubblicazione sono all’origine di quella che Platone chiama la πολιτεία [politeia, ndr], che in latino si traduce con res publica. Perché si traduce con res publica? Perché la politeia costituisce una “cosa pubblica”, come abbiamo visto prima. E la costituzione di una cosa pubblica presuppone una tecnologia di pubblicazione, che all’epoca della Grecia era la scrittura. Marcel Detienne ha mostrato che la polis ateniese è una specie di enorme macchina da scrivere sul marmo di cui sono fatti i muri della città. Dopo ogni decisione della Βουλή [boulè, ndr], gli editori della legge maneggiano il martello e il bulino per incidere la decisione nel marmo. Questo processo di pubblicazione che fonda il diritto pubblico permette anche ai cittadini di criticarlo. Si entra nella politeia, la cittadinanza, e si va verso la democrazia. Se oggi, con il digitale, si è instaurato un tutt’altro dispositivo di pubblicazione, ciononostante noi rivendichiamo e lo stato di diritto politico e la ragione che l’accompagna, ciò che i Greci chiamano il λόγος [lógos, ndr]. Ora, il logos presuppone questo processo di pubblicazione nella misura in cui quest’ultimo rende possibili le controversie, ossia la pubblicazione di argomenti contraddittori, che è poi quel che si chiama il dibattito pubblico, la regola fondamentale di ogni sapere razionale.

La promessa del web era quella di ravvivare il dibattito pubblico, politico, scientifico o estetico. Ma questa promessa non è stata mantenuta. A partire dal momento in cui Google, Amazon e tutte quelle imprese dovettero fare innanzitutto del profitto, ebbero tutto l’interesse a eguagliare e livellare i dati per sfruttarli con degli algoritmi che schiacciano le controversie invece di permetterne la tracciabilità e l’intelligibilità largamente condivisa. Ritengo che questa situazione non potrà durare ancora per molto. La base del sapere, in tutte le sue forme – non parlo solo di sapere teorico: questo vale anche per i saper-fare e i saper-vivere – poggia su di una diversificazione fondamentale che, quando viene a mancare, lascia morire questi saperi, proprio come esistono le lingue morte e le città museificate.

Se le scienze e i saperi si basano su processi di pubblicazione, lo sviluppo del digitale rappresenta una trasformazione radicale dei saperi e, in particolare, dei saperi accademici. La potenza dell’Europa e dell’Occidente è consistita nel fondare i propri poteri su dei saperi. L’imperatore Federico Barbarossa, che ha conferito l’autonomia all’Università di Bologna nel XII secolo contro il Papa, ha messo in moto un processo dal quale si svilupparono Oxford, la Sorbonne e Cambridge. In tal senso, il dominio secolare dell’Occidente sul pianeta non è dovuto in primo luogo ai Conquistadores e alle caravelle: è innanzitutto il fatto di essersi basato sulle sue università. Queste ultime, in tutta evidenza, evolvono in modo inedito quando con la stampa compare un nuovo dispositivo di pubblicazione – e la rivoluzione tanto spirituale quanto cognitiva provocata da Lutero è evidentemente una conseguenza di questa tecnologia di pubblicazione, a partire dalla quale Lutero fa della lettura personale, privata, delle Scritture il cuore della propria lotta. Tutto ciò condurrà, con la Contro Riforma, alla costituzione dei collegi di gesuiti, ma anche alla Compagnia di Gesù che evangelizzerà il mondo intero attraverso le sue missioni, e ciò in seguito costituirà un elemento fondamentale del progetto dei Lumi, con Condorcet, e della Rivoluzione Francese – e così si giungerà a Jules Ferry, passando per Guizot.

Con ogni evidenza, il web, e più in generale il digitale, redistribuiscono da cima a fondo tutte queste carte – non sono solo le carte dell’insegnamento, ma anche delle condizioni della ricerca scientifica e dello spirito in tutte le sue forme. L’Europa non dovrebbe esserne spaventata, a maggior ragione per il fatto che essa è il luogo d’origine dei concetti del web e dell’HTML, e che ha giocato con la Francia e il CNET (che è stato distrutto da una politica irresponsabile) un ruolo estremamente importante nella concezione della rete ATM e della norma GSM. L’Europa ha avuto un ruolo davvero importante nella configurazione di tutto questo sistema tecnico, ma essa non ha saputo socializzarlo poiché gli attori economici e politici europei sono molto spesso ciechi di fronte a queste poste in gioco.

Mentre i ricercatori e gli scienziati danno prova di audacia e di inventività, loro [gli attori politici ed economici] si abbandonano al mimetismo adattivo nei confronti del “modello americano”, e questo è una catastrofe per l’Europa, da allora totalmente sprovvista di una strategia industriale all’altezza delle sfide del nostro tempo e condannata al “declassamento”.

È in Europa che sono comparsi i cosiddetti Lumi, e questo fenomeno si è prodotto con la Repubblica delle lettere, a sua volta originatasi grazie alla stampa. Oggi non siamo più nell’epoca dei puri Lumi: siamo entrati nell’epoca delle Ombre e delle Luci, ossia di una coscienza farmacologica di fronte a quel che provoca la tecnologia, la cui velocità – che è quella della luce – provoca anche delle ombre, quelle della tossicità digitale, che accompagna necessariamente la sua “curatività”.

L’Europa dovrebbe condurre una nuova politica industriale, fondata su di una politica e un’economia curativa del digitale, che sappia lottare deliberatamente e razionalmente contro la sua tossicità. Dopo le rivelazioni di Edward Snowden, ogni cittadino è cosciente dell’immenso problema che ipoteca gravemente il futuro. L’Europa dovrebbe federarsi su di un progetto al tempo stesso scientifico, filosofico, politico, industriale ed economico in vista di nuovi Lumi che si rendano pienamente protagonisti delle immense sfide portate dal digitale.

Una politica di questo tipo dovrebbe basarsi su di un intervento che mobiliti in modo eccezionale le università e gli organismi di ricerca. Con il digitale, è la natura stessa dei saperi che si trova sconvolta. Ad esempio, lavorare oggi nelle nanoscienze significa lavorare con degli artefatti digitali per produrre dei fenomeni nanometrici, ossia su scala quantica. Non si tratta in realtà di fenomeni digitali, ossia di oggetti dell’intuizione, ma di ciò che Kant chiamava i «noumeni», vale a dire degli oggetti dell’intelletto e della ragione. Ora, questi oggetti quantici sono costituiti da cima a fondo, in nanofisica e come oggetti d’esperienza scientifica, dalla loro simulazione e dalla loro modellizzazione matematica mediante computer. La biologia genetica è oggi resa possibile dalle biostazioni, ossia da calcoli informatici stabiliti su di una enorme quantità di dati. Il digitale modifica le pratiche dei matematici, Frédéric Kaplan mostra che esso modifica anche il divenire delle lingue e la geografia è ormai fondamentalmente legata ai sistemi d’informazione geografica che la norma GPS socializza nella vita quotidiana di ognuno: la formalizzazione digitale sta trasformando tutti i saperi, compresi i saper-fare e i saper-vivere.

Di fronte a tale sconvolgimento, che è totale, diviene essenziale riconfigurare l’insieme della ricerca universitaria e organizzare nuovi legami tra le università e le pratiche scolastiche, al fine di introdurre il digitale nella scuola con delle basi razionali, e non attraverso lo storytelling degli attori economici che difendono legittimamente il loro modello. Questo modello deve essere analizzato, criticato e migliorato in continuazione – poiché questa è la ragione. Conducendo questo genere di critica a livello di una strategia globale, l’Europa potrebbe ricostituire un’industria del digitale di cui ormai avverte tragicamente la mancanza. Attraverso la scuola, non si tratta di acculturare unicamente i bambini, bensì anche i loro genitori e persino i politici, in modo tale che la società europea si riconfiguri profondamente e porti con sé un nuovo modello del web.

L’Europa, oggi, ha i mezzi per fare una proposta al mondo, e quale tipo di proposta potrebbe essere?

Bernard Stiegler: Come ho detto prima, l’Europa ha sicuramente i mezzi intellettuali, e ha anche i mezzi finanziari, così come quelli infrastrutturali (ben equipaggiata, essa per il momento mette le sue strutture principalmente al servizio dell’economia californiana), ma deve imperativamente darsi i mezzi politici e organizzativi: è un obbligo vitale. Se non lo fa sarà costretta a scomparire.

L’avvenire dell’Europa oggi è minacciato in modo straordinario. Nei prossimi trent’anni, se l’Europa non avrà un soprassalto decisivo, se non farà un salto in avanti rispetto alla questione assolutamente nuova posta dal digitale, essa scomparirà. È già parecchio dimidiata. Su tali questioni, in Cina, esiste una politica molto offensiva – mentre reprime fortemente gli internauti cinesi, la Cina lavora attivamente per impadronirsi delle nuove dinamiche generate dal digitale. Il più grosso calcolatore al mondo, il Tiahne-2, è a Pechino. È noto che l’India è egualmente molto dinamica in questi domini e il Giappone ha un’antica tradizione e un’industria potente, così come la Corea: tutta l’Asia sta per riconfigurarsi attorno al digitale, e se gli Stati Uniti oggi hanno un vantaggio estremamente importante, questo forse non durerà per sempre.

Nello stesso momento, l’Europa e la Francia, in questo campo, si avvicinano al terzo mondo. È totalmente paradossale, poiché l’Europa è stata all’avanguardia di praticamente tutte queste tecnologie. Oggi ci si vergogna del Minitel. Ma il Minitel rappresentò una straordinaria avanzata, che permise di far maturare la riflessione sulla telematica, ivi compreso negli Stati Uniti. Ci sono stati in seguito degli errori di alcuni strateghi francesi che hanno voluto aggrapparsi al Minitel contro il web, contro Internet – ma succede sempre così. La carenza politica è consistita nel rinchiudersi in questo sterile dibattito, senza condurre alcuna analisi seria di ciò che cambiava con Internet reso accessibile via web. All’epoca, l’obiettivo era quello di privatizzare France Télécom e qualsiasi argomento era buono per svalorizzare l’impresa pubblica, di cui il Centre national d’études des télécommunications era tuttavia un gioiello mondiale per la ricerca sulle reti e il digitale. Il problema è che l’incuria che s’installò allora nel potere politico così come in quello economico condusse al fatto che questi lavori di eccellenza furono sfruttati fuori dalla Francia.

Ridiciamolo, malgrado questo pasticcio monumentale, l’Europa ha ancora molte carte vincenti, di cui una delle più importanti è la sua popolazione, relativamente in buona salute, ben nutrita e ben educata, molto meglio che in qualsiasi altro posto, malgrado la degradazione della sua situazione anche in questo campo. Senza una visione dell’avvenire, questa chance incredibile finisce per diventare anch’essa un handicap, perché si trasforma in un peso del passato, in particolare nel dominio di quel che sta diventando il prossimo dramma industriale, ossia il settore editoriale. Questo continente non riesce a riconfigurare la sua funzione tecnologica di pubblicazione e di edizione – continuando a pensare che l’industria è la siderurgia, la metallurgia, la chimica e tutto ciò che fa del fumo: i nostri dirigenti economici e politici pensano ancora con le categorie del XX secolo...

Se l’Europa non fa nulla, e la Francia innanzitutto, nel giro di dieci anni non ci sarà più la stampa e nemmeno la televisione – forse si dirà “tanto meglio”, poiché la televisione è diventata una calamità, ma sarà necessario che ciò che dovrà rimpiazzare la televisione si sviluppi in Francia. Se ciò si svilupperà su YouTube, o altrove, per invadere le nostre coste, diventeremo allora un popolo colonizzato. L’Europa deve portare un progetto alternativo. Questo progetto alternativo è la terza epoca del web.

Vi sono state fino a oggi due grandi epoche del web. La prima epoca fu quella degli anni Novanta: il primo decennio del web ha dato luogo alla configurazione dell’ipertesto, sulla base dell’HTML ispirato dal SGML[5], che ha permesso di costituire dei sistemi di navigazione come Mosaic, il quale diventò rapidamente Netscape. Questa prima epoca ha immediatamente permesso a chiunque di accedere a enormi database in linea, secondo condizioni di navigazione estremamente ergonomiche e facilitate. La seconda epoca del web, che fin dalla sua nascita è stata chiamata il web 2.0, fu quella del web collaborativo integrato e valorizzato dalle tecnologie rivoluzionarie in materia di ricerca di informazioni, di cui Google sarà riuscito a fare un potente modello economico e un progetto industriale ammirevole, per quanto criticabile possa essere diventato. Questa seconda epoca ha improvvisamente permesso pratiche di editorializzazione di sé, una produttività straordinaria e, dunque, dei fenomeni che erano quasi inimmaginabili – di cui Wikipedia è uno dei migliori modelli. Sono fenomeni che hanno mostrato come la contributività resa possibile dal web ci proiettasse in un’epoca assolutamente nuova, in cui le relazioni da pari a pari diventavano centrali. Ciò andò a corroborare in modo decisivo quel che, fin dall’inizio degli anni Ottanta, il MIT e Berkeley avevano messo in moto con il software libero, che ha totalmente rivoluzionato l’industria del digitale, ed è questa la matrice a partire da cui bisogna pensare il futuro industriale. È anche l’ipotesi di partenza di Ars Industrialis[6]: questa matrice mostra che un mondo industriale fondato sulla deproletarizzazione e la ricapacitazione è non solo possibile, ma incredibilmente fruttuoso.

Queste inedite prospettive costituiscono una magnifica promessa – fondata su comunità di pari, di peer to peer, fenomeno che ha creato la grande crisi giuridica che si è conosciuta in Francia, perché questo modello spingeva contro quello delle industrie culturali, di cui si sa a quale livello di degradazione sono state condotte. Ad ogni modo, il modello delle comunità di pari è quello che costituisce l’origine stessa e del sapere occidentale, di cui la geometria è la radice, e della cittadinanza: i cittadini sono dei pari. È precisamente ciò che li definisce (quelle che i Greci chiamavano isonomia e autonomia). La geometria fornisce l’argomentazione logica che è la base di riferimento dei dibattiti sull’agorà, nella boulè o nell’Accademia di Platone, che a sua volta sta all’origine delle università. La geometria stessa non esiste se non come una comunità di pari.

È Talete ad aver costituito la prima comunità peer to peer nel VII secolo a. C. La chance straordinaria che noi, nel XXI secolo, abbiamo da cogliere con la comparsa del digitale è quella di sviluppare una tecnologia di parità che possa rinnovare profondamente tanto la città e la vita politica e sociale quanto la scienza e i saperi – e, nella loro congiunzione, l’economia industriale.

Molte persone hanno investito il web nel mondo degli attivisti e di coloro che si chiamano con un termine spesso illusorio e a volte dispregiativo i “geeks”, ma anche, e più in generale, nella nuova generazione e in particolare tra i giovani artisti e i giovani ricercatori. Se vi sono stati così tanti investimenti e proiezioni di desideri nel web, di immaginari della ricostruzione della comunità politica e della razionalità, è perché si tratta di uno spazio di parità.

Bisogna tuttavia notare e analizzare con precisione il fatto che tale spazio di parità è incompleto e alterato, se non adulterato e sofisticato. È profondamente incompleto perché non si basa su di un autentico dispositivo di indicizzazione, di annotazione e di editorializzazione contributiva. Ed è alterato e compromesso da mille tecnologie mimetiche che trasformano i pari in “banchi di pesci” gregari – dallo user profiling ai dispositivi mimetici di cattura propri di Facebook. La parità che attiva il pulsante Like è quella di una specie di miseria relazionale proveniente da ciò che Nietzsche descriveva come la crescita del deserto nell’epoca del nichilismo come distruzione di tutti i valori.

“J’aime”, “Like”: questo è un metadato ed esso è reputato costituire una “valutazione tra pari”. Ma queste tecnologie di valutazione sono ridicole – e in realtà non costituiscono assolutamente una valutazione. Dare un valore a un film non è attribuirgli una, due, tre o quattro stelle. Significa commentarlo, analizzarlo, criticarlo, e persino, a volte, mettersi a fare un film – come lo fece la Nouvelle vague formata da Henri Langlois alla cineteca del Trocadéro. Con l’IRI, tentiamo di concretizzare questo tipo di comprensione dell’interesse che presenta il digitale, ossia ricostituire delle comunità critiche di pari. Per tale ragione abbiamo sviluppato delle piattaforme per il cinema, il teatro, l’opera e la radio, concepite in quest’ottica. L’avvenire del web è diventare un enorme apparato critico, e per fare ciò resta ancora da sviluppare tutta una tecnologia, che rappresenterà l’autentica trasformazione dei saperi non solo tramite i MOOCs[7], ma mediante una nuova episteme digitale, portatrice di una specie di repubblica del digitale.

L’Europa e la Francia devono promuovere tutto questo assieme a molte altre nazioni e regioni del mondo, già disincantate rispetto al web nel suo stadio attuale – che, con il “blues del Net”, sono entrate nella fase di un iper-disincanto degli hackers, dei geeks, e di altri amatori e contributori.

Avevo già descritto questo fenomeno su Le Monde, due o tre anni fa, e riferendomi a Max Weber, come l’estremo disincanto dei consumatori. Questa tecnologia che resta a venire non si sviluppa dai pulsanti Like di uomini divenuti degli “spingi-bottone”, ma da tecnologie di ciò che all’IRI definiamo la categorizzazione contributiva e la certificazione attraverso la transindividuazione critica[8].

Con Yuk Hui, che è stato ricercatore all’IRI e che ora insegna all’Università Leuphana (Germania), e Harry Halpin, collaboratore di Tim Berners-Lee e dell’IRI, riflettiamo su modelli di reti digitali realmente sociali. Le attuali reti digitali del social engineering sono reti di desocializzazione. Esse si basano sui grafi di Moreno e consistono a consolidare (nel senso che questa parola ha tra gli esperti computazionali[9]) unicamente relazioni interindividuali, cortocircuitando così la società.

Stiamo lavorando a un web che permetta di creare dei dispositivi di indicizzazione, di annotazione e di categorizzazione polemica. In Francia c’è una destra e una sinistra: generalmente, si indicizza, si commenta e si categorizza in maniera diversa gli eventi quando si è di destra e quando si è di sinistra. Si tratta di griglie di interpretazione differenti. Quel che avviene sul registro politico vale anche sul registro scientifico. Oggi, per esempio, si trovano dei darwiniani e dei non darwiniani, e tutta una serie di sfumature tra i due. Quando si fa una ricerca su Google che abbia delle basi biologiche, non si può selezionare tra i parametri di ricerca il fatto che si vogliono delle risposte “non darwiniane” alla ricerca. E non si può perché Google non ha intenzione di caricarsi di opacità di questo genere: non è un bene per il proprio business, che è basato sul marketing chirurgico, a sua volta basato su di una calcolabilità integrale.

Potremmo invece sviluppare un web al servizio delle università e concepito da esse e dai loro giovani ricercatori che hanno un’immensa “fame” di progetti come questi, i quali si basano sul fatto che ogni volta che si interpreta un dato, si può qualificarlo e ricondurlo a un gruppo d’individuazione collettiva al quale ci si rapporta. Il web diventerebbe immediatamente uno spazio pubblico euristico ed ermeneutico, in cui emergerebbero diverse forme inedite di sapere. Ciò ci eviterebbe questo disseccamento desolante in cui sembra sempre più spesso scivolare la scienza, che così perde il proprio senso agli occhi dei nostri contemporanei. Inoltre preserverebbe questi ultimi dal ripiegamento arcaicizzante che li tenta in mille modi sempre più minacciosi... Questi processi d’indicizzazione, di annotazione e di categorizzazione contributivi permetterebbero di costituire delle autentiche reti sociali, ossia delle vere reti pensanti. Una disciplina è sempre scissa in scuole, ad esempio la storia delle idee non analizza assolutamente gli effetti sociali come la cosiddetta storia degli Annali. Ciò non significa che esse siano incompatibili, ma che non hanno lo stesso punto di vista: ognuna ha le proprie griglie d’analisi, spesso complementari, a volte alternative. La scienza avanza attraverso queste biforcazioni e il web ben utilizzato e configurato, ossia il web di domani, è ciò che permetterà di costruire questi spazi di parità. Speriamo che la Francia e l’Europa sappiano cogliere l’occasione di una tale trasformazione.

Se oggi l’Europa sapesse mobilitare le sue università assieme alle sue scuole di ingegneri, i suoi laboratori di informatica, i suoi grandi istituti (INRIA, CNRS, INSERM[10], tra gli altri), potrebbe ricostituire un nuovo spazio editoriale, rilancerebbe cioè le sue attività nell’edizione, nella stampa, nei media in generale e su di una base più sana. Sviluppando queste organologie digitali, le università europee, e in primo luogo quelle francesi, riarmerebbero il tessuto industriale europeo e permetterebbero di rilanciare un progetto tecnologico europeo, una politica industriale e una proposta alternativa fondata sulla “terza epoca del web”.

Ciò non è solo possibile, è vitale. Vincent Peillon, ministro dell’Educazione nazionale, vuole introdurre il digitale nella scuola. Ha sicuramente ragione. Ma non si può introdurre il digitale nelle scuole se non lo si introduce nelle università. Come introdurre il digitale nell’università e a scuola? Lanciando delle scuole dottorali digitali in modo massivo. I giovani ricercatori francesi dovrebbero essere fortemente incoraggiati: fare delle ricerche in relazione esplicita a questo nuovo contesto e mettere in atto i metodi della “ricerca-azione”.

L’avvento del digitale costituisce una trasformazione radicale di ciò che, in Le parole e le cose, Michel Foucault definiva l’episteme. Per introdurre razionalmente il digitale nel mondo scolastico e nella società, e non solo nel senso voluto dal mercato, bisognerebbe mobilitare in modo eccezionale le discipline accademiche nel loro insieme, istituendo delle scuole dottorali digitali. Bisognerebbe considerare il digitale da un punto di vista strettamente epistemologico, nel senso dato da Gaston Bachelard, ossia valutando le conseguenze del digitale sulla natura stessa dei saperi, ed epistemico nel senso foucaultiano, vale a dire integrando alla questione dei saperi quella dei poteri, dei modi di vita, delle rappresentazioni in senso lato, ecc. che fanno l’unità di un’epoca e la singolarità del suo spirito.

Tale approccio dovrebbe essere risolutamente transdisciplinare, perché si tratta di studiare gli effetti del digitale, sia su questa o quell’altra disciplina (epistemologia) che sull’insieme dei saperi (episteme) – e di trarne le conseguenze nel campo delle stesse industrie del digitale, non solo dalla parte del mondo accademico. Questi lavori dovrebbero mettere all’opera i metodi della ricerca-azione e associare intimamente gli attori sociali ed economici con gli studi accademici e scientifici. Si tratta di operare un trasferimento molto rapido verso la società e di evitare che i risultati di ricerca ottenuti non divengano obsoleti una volta pubblicati. Si tratta di coinvolgere in modo forte le popolazioni alla concezione del loro proprio futuro, ossia di associarle come partner di ricerca a tutti gli effetti, e di mettere a valore e a profitto le dinamiche inedite create dallo stesso digitale in seno alla società (come Wikipedia).

Un intervento del genere presuppone l’instaurazione di strumenti di pubblicazione della ricerca – che devono essere studiati, concepiti, prototipizzati e sperimentati dai ricercatori e dal loro pubblico in relazione con ingegneri e programmatori informatici, nonché con le industrie dell’editoria (libri, stampa, radio, televisione, nuovi media, operatori delle telecomunicazioni). I risultati devono conoscere una pubblicazione finale sotto forma di diversi prodotti editoriali: libri, e-books annotabili e social books, siti web, programmi audiovisivi “cliccabili”, videogiochi, ecc. Il concetto editoriale è che questi prodotti, indirizzati verso il grande pubblico e gli amatori, il mondo scolastico e le istituzioni culturali (biblioteche e mediateche in particolare), devono poter dare accesso agli strumenti di lavoro scientifico che avranno permesso di generarli nel corso delle ricerche-azioni.

Reinventare un rapporto al tempo

Che cosa può dirci dell’Internet degli oggetti? Quali possono essere i rapporti tra umani e automi?

Bernard Stiegler: L’Internet degli oggetti è in effetti, e precisamente, il divenire automatico di oggetti dotati d’indirizzo Internet e dunque interconnessi. Attraverso tali connessioni, degli automatismi concatenano i “comportamenti” di questi oggetti. Ma al di là dell’Internet degli oggetti, vi è un processo ben più ampio di automatizzazione generalizzata.

L’automatizzazione, nel senso moderno del termine, è cominciata nel XVIII secolo, in particolare con l’automa di Jacques Vaucanson che, una volta entrato in possesso dell’ingegnere Jacquard, è stato all’origine di una mutazione fondamentale degli strumenti di produzione che ha fatto passare dalla manifattura a quella che si chiama la grande industria, fondata sul macchinismo industriale. Il macchinismo industriale mette all’opera una forza, ossia l’energia motrice della macchina a vapore: chiunque lo apprende a scuola. Quel che invece è meno insegnato è che questa macchina termica aziona dei processi sempre più automatizzati. Non è solo la motricità a essere trasformata dalla rivoluzione industriale, ma anche il gesto e la forma del movimento – che finisce per distruggere il gesto. È ciò che Adam Smith e poi Karl Marx descrivono come un deficit di sapere tra gli operai, quella che Marx chiama proletarizzazione, che è innanzitutto una perdita di sapere. Il sapere dell’operaio passa progressivamente nella macchina: incapsulato in essa, sfugge all’operaio. L’operaio si ritrova così proletarizzato – in attesa di diventare disoccupato.

L’origine dell’automatizzazione risale all’Antichità. L’automatizzazione industriale conosce diverse ondate. Essa passa per la meccanografia verso il 1880, negli Stati Uniti, poi per il taylorismo, che Henry Ford, intorno al 1910, integrerà in un nuovo modello di produzione di automobili. Questo modello si concretizzerà nel 1913 con la prima fabbrica basata su di una catena di montaggio, nel Michigan. Ciò sconvolgerà il capitalismo europeo in generale.

Il capitalismo industriale comincia verso la fine del XVIII secolo in Inghilterra, si sviluppa enormemente all’inizio del XIX secolo in Germania e in Francia e conosce del resto dei problemi enormi alla fine dello stesso secolo. Quest’ultimo fenomeno è stato annunciato da Marx e fu un fattore scatenante della Prima Guerra mondiale. Questo modello europeo del capitalismo è stato rimpiazzato all’inizio del XX secolo dal modello americano, che non è basato sulle stesse idee. Il capitalismo europeo intanto non è redistributivo. Ne beneficia essenzialmente la borghesia in senso ampio, la grande e la piccola: ma anche istitutori, curati, domestici, piccoli artigiani. I proletari in quanto tali, invece, non vedono migliorare la loro condizione. Sono al contrario molto pauperizzati, dato che vi è poca redistribuzione del reddito.

Il fordismo modificherà questa situazione mediante i guadagni di produttività, ottenuti grazie a un nuovo stadio dell’automatizzazione: lo stadio che è messo in scena da Charlie Chaplin in Tempi moderni, che tutti conoscono. Lo si è chiamato “il lavoro sbriciolato”, che è il titolo di una celebre opera di Georges Friedmann. Ford permetterà così di diminuire, mediante delle economie di scala considerevoli, il costo della produzione, che condurrà al fatto che il prodotto possa essere acquistato da colui che l’ha fabbricato, ossia l’operaio della fabbrica Ford. È il modello che Ford ha in mente e il suo obiettivo è raggiungere una produzione di massa estremamente importante, dell’ordine di un milione di automobili all’anno. Il problema è precisamente vendere queste automobili e, per poterle vendere, bisogna aumentare i salari degli operai, e dare loro quel che in seguito verrà chiamato un “potere d’acquisto”. In realtà, questo modello non funziona: affinché funzioni, è necessario riconfigurare la società americana nella sua globalità. Bisognerà aspettare il 1933, ossia l’arrivo di Keynes al seguito di Roosevelt, perché il modello fordista diventi il modello “fordo-keynesiano”, fondato su di una redistribuzione del potere di acquisto rispetto a tutti i salariati. È un capitalismo totalmente diverso da quello incarnato da ciò che si chiamerà the American way of life.

Questo processo, che è fondato su degli automatismi, si estenderà dapprima in Europa occidentale dopo la Seconda Guerra mondiale, attraverso il piano Marshall. Poi, a partire dagli anni ’60-’70, sarà esportato nel mondo intero con la decolonizzazione, che nel giro di poco tempo porrà un enorme problema all’Occidente. La decolonizzazione segna l’aumento del costo delle materie prime e dell’energia: in questo senso, gli occidentali non governano più gli elementi fondamentali della catena. Tutto ciò genererà il neo-liberismo e la rivoluzione conservatrice che lascia partire le unità di produzione verso i nuovi paesi industrializzati e “finanziarizza” il capitalismo internazionale. Questo fenomeno conduce al 2008, ossia all’affondamento del modello fordista.

Questo modello fordista non funziona più per tutta una serie di ragioni: la prima è che a partire da Reagan e Thatcher non si redistribuisce più, mentre si è obbligati a incoraggiare dei crediti insolvibili – è l’origine dei subprimes. Ma è ancora più fondamentale il fatto che il sistema non funziona più poiché le persone vi credono sempre meno. Nel 2007, la sociologa Juliet Schor ha svolto un’inchiesta negli Stati Uniti e ha mostrato che allora l’81% degli Americani non credeva più alle virtù del consumo. Nel 2007 dunque solo il 19% degli Americani pensavano che il consumo fosse ancora il futuro dell’America – un anno prima del 2008. Oggi, la gioventù francese che supera l’esame di guida a 18 anni è diventata minoritaria. Si dirà che è una questione di denaro, il che è senza dubbio in parte vero: i giovani francesi sono molto impoveriti; ma non è solo questo. Il modello automobilistico non li interessa più. La gioventù non crede più alla società di consumo, anche quando, come è spesso il caso, essa sovraconsuma – ma si tratta di un consumo annoiato, e non di un’identificazione a un modello caduco che disgusta e demoralizza la gioventù.

È in questo contesto che sopraggiunge l’automatizzazione generalizzata. Non c’è più bisogno di cassiere, di conduttori, di operai, di addetti alla manutenzione – e alla fine di persone, se non di “servizi alla persona” per coloro che non hanno i mezzi per pagarsi un robot. Si automatizzerà tutto. L’estensione della connessione TCP/IP con lo standard Ipv6 (sigla che sta per “sesta versione del protocollo Internet”), fa sì che Internet diventi la base del sistema digitale. L’attribuzione dell’indirizzo IP agli oggetti genererà una “intelligenza” automatica distribuita, per cui i guadagni di produttività indotti da questo nuovo automatismo saranno dei guadagni di tempo che porranno un enorme problema, il che condurrà a una grande alternativa storica.

All’epoca di Ford, i considerevoli guadagni di tempo che aveva permesso la catena di montaggio erano redistribuiti sotto forma di salario. Con l’automatizzazione generalizzata, invece, il salariato non può che entrare in declino – e la questione della disoccupazione non può che porsi in termini assolutamente nuovi. Cosa fare di questo tempo guadagnato? Trasformarlo in salario sarebbe contraddittorio: non si può al tempo stesso introdurre dei robot nelle fabbriche e distribuire il potere d’acquisto sotto forme di salari.

La grande questione a cui bisognerà rispondere nei prossimi anni è dunque la seguente: come redistribuire il tempo guadagnato tramite l’automatizzazione in altro modo rispetto al salario? È il problema che è all’orizzonte del “reddito d’esistenza”. Ma bisogna spingersi oltre e parlare di “reddito contributivo”. Il modello che è stato inventato per gli intermittenti dello spettacolo è una risposta a tali questioni: un artista non produce se non a intermittenza e il suo lavoro si fa in un tempo che non è quello della produzione, bensì della sua individuazione. Ciò conduce, nei momenti di produzione, all’individuazione degli altri – del suo pubblico. È per questa ragione che si è parlato di un’intermittenza che necessita di un regime specifico di contributo per la disoccupazione.

La valorizzazione del tempo al di fuori della produzione (e la ridefinizione di ciò che significa produrre) proviene da quella che Yan Moulier Boutang chiama “l’economia del polline”. L’economia contemporanea si basa sempre più su tale “pollinizzazione”. Il polline, lo sappiamo bene oggi, è ciò che le api e altri imenotteri trasportano tra i sessi del regno vegetale e che rende possibile la riproduzione del vivente nel suo insieme. È un valore analogo a quello che producono le comunità di pari. Tuttavia, i sistemi di tracciabilità che si sono installati con il social engineering assomigliano più a dei formichieri che a degli alveari: gli internauti che tracciano le loro attività più o meno involontariamente e inconsciamente sono comparabili a quelle formiche che emettono dei feromoni chimici e indicano così e in permanenza a tutto il formichiere ciò che esse fanno – questo permette la regolazione dell’insieme del sistema e un controllo quasi perfetto dell’ordine “sociale” (che in tal senso non ha proprio niente di sociale). La questione dell’automatizzazione è anche questa: api o formiche?

Bisogna reinventare un rapporto al tempo che sappia utilizzare gli automatismi per guadagnare del tempo in vista di “disautomatizzarsi” – vale a dire: in vista di aumentare le capacità individuali e collettive, di prendersi il proprio tempo (il tempo di apprendere e di pensare) e di produrre neghentropia. La tracciabilità ottenuta mediante i “feromoni digitali” è fondamentalmente entropica – e l’entropia è il nome scientifico della distruzione secondo la fisica termodinamica.

Ciò che presso le api è come il loro contributo al divenire neghentropico che si compie attraverso la riproduzione, ossia l’evoluzione, presso gli umani si chiamano i saperi, i quali, arricchendosi, dovrebbero rendere il mondo più ragionevole. Da qualche decina d’anni, la ragione è stata rimpiazzata dalla razionalizzazione dei rapporti, ossia la computazionalizzazione che non può tener conto delle singolarità, delle biforcazioni e delle invenzioni – per quanto modeste possano essere. È la ragione per cui le persone della nostra epoca hanno la sensazione di essere anch’esse sempre più robotizzate, ed è anche quel che promettono i big data e ciò che Antoinette Rouvroy e Thomas Berns chiamano la “governamentalità algoritmica”.

È tempo di mettersi a ripensare tutto questo e di riaprire il futuro – assieme agli automi e ai robot. Se l’Europa ha un futuro, esso è là. Se l’Europa cerca di mimare gli Americani, scomparirà. E con essa molte cose alle quali l’umanità tiene come a ciò che non ha prezzo.

 


* Intervista e raccolta dei materiali a cura di Dominique Lacroix e Thierry Gaudin, trascrizione di Damien Delqueux, con l’ausilio di Esmeralda Famutimi Valdez e Octavio Mendoza, titoli e impaginazione della pubblicazione (www.lemonde.fr e www.arsindustrialis.org) a cura di Damien Delqueux. In parternariato con l’Institut français de géopolitique. Il testo è stato rivisto da Stiegler, il quale ha apportato alcune modifiche, integrazioni e precisazioni.

[1] Cfr. Réseaux, février 2013, La Découverte.

[2] Cfr. www.arsindustrialis.org.

[3] Parlo di performatività nel senso dato da John Austin, per il quale un enunciato performativo è una dichiarazione autorealizzantesi tale che ciò che io dico, per il fatto di dirlo, creo una situazione, e in questo senso “faccio” qualcosa nei confronti della situazione anteriore tramite la situazione creata. Cfr. J. Austin, Quando dire è fare, trad. it. di M. Gentile, M. Sbisà, Marietti, Genova 1974.

[4] Nella settimana in cui ha avuto corso questa intervista, Jef Bezos, il patron di Amazon, ha acquistato a titolo personale il celebre quotidiano The Washington Post per 250 milioni di dollari. Il giornale negli ultimi anni era in difficoltà, con un numero di lettori in continuo ribasso. Diretto per più di ottanta anni dalla stessa famiglia, il quotidiano non ha visto il suo futuro nel digitale e così non è stato trasferito su di un sistema digitale a pagamento, quando il New York Times o il Wall Street Journal investivano in questa strategia, e ora cominciano a raccoglierne i frutti (Damien Delquex, da Slate).

[5]  HTML, Hypertext Markup Language, linguaggio di presentazione concepito per presentare le pagine web, dotate di navigazione ipertestuale.

[6]  Cfr. arsindustrialis.org.

[7] I MOOCs (Massive Open Online Courses) sono piattaforme che permettono agli internauti del mondo intero di accedere gratuitamente a corsi universitari, direttamente a casa propria, mediante Internet.

[8]  Cfr. digital-studies.org

[9] Cfr. http://fr.wikipedia.org/wiki/Consolidation_comptable

[10] INRIA, Institut national de recherche en informatique et en automatique, istituto pubblico francese dedicato alla ricerca in matematica e in informatica. CNRS, Centre national de la recherche scientifique, il più grande organismo pubblico francese di ricerca scientifica. INSERM, Institut national de la santé et de la recherche médicale, istituto pubblico francese di carattere scientifico e tecnologico specializzato nella ricerca medica.