Ci sono parole comuni e addirittura abusate, il cui significato nascosto ma letterale sembra superare, per le sue implicazioni filosofiche, quello metaforico, esteso o derivato. Una di queste è interfaccia. Se lo prendiamo nella sua letteralità latina, il termine ci fa pensare a due o più facies, cioè a due o più sembianti, a due immagini speculari, ma anche a due o più volti, alla loro relazione visuale, al loro affrontamento o viceversa alla loro intima reciprocità, nonché allo spazio-tempo che esiste tra loro (inter) in senso fisico, appunto letterale. Nella sua manifestazione, che è solo un’apparente singolarità, l’interfaccia designa insomma la superficie (facies) evenemenziale, il faccia-a-faccia grazie a cui due entità qualitativamente diverse si incontrano e insieme restano separate (non a caso in chimica ciò equivale al contatto tra due sostanze eterogenee), ovvero il modo in cui l’una si mostra o al contrario si nasconde all’altra, in cui l’una è per l’altra.

Soltanto dopo quest’esercizio di pluralizzazione e spazializzazione inter-psichica, che nella filosofia novecentesca è stato praticato in chiave metafisica da Emmanuel Lévinas (1998), e che di recente è stato formulato da Peter Sloterdijk in un’originale prospettiva antropologica, la sferologia[1], possiamo tornare al significato più noto e reificato, nonché all’uso più frequente del termine interfaccia. Nel linguaggio scientifico e tecnologico oggi dominante, più che uno spazio psicofisico tra due o più entità l’interfaccia designa infatti un ente o dispositivo, che grazie a particolari caratteristiche (per esempio grazie a uno specifico codice) funge da collegamento o separazione tra due o più enti o sistemi – in altre parole, se ogni sistema espone una sua faccia (facies) con il suo particolare protocollo comunicativo, il dispositivo connette le facce: le fa dialogare inter-ponendosi tra di esse.

Ora, è degno di nota il fatto che in elettronica e nell’ingegneria informatica lo sviluppo più stupefacente e letteralmente visibile di tale funzione semiotica non riguardi soltanto la possibilità, nel campo dell’hardware, di connettere o adattare sistemi, circuiti o dispositivi differenti (per esempio l’analogico e il digitale, il nostro pc alle sue periferiche ecc.), o nel campo del software l’insieme delle proprietà stabili di un componente su cui altri componenti possono fare affidamento (per esempio la iper-compatibilità di un sistema operativo[2]), quanto piuttosto la tendenza a umanizzare il design dell’interfaccia utente, ossia quella parte del programma o del dispositivo con cui l’utente umano interagisce, con cui dialoga o meglio conversa: un’umanizzazione che si accompagna all’aspetto sempre più easy e friendly che l’interfaccia assume visivamente e più in generale a livello sensoriale.

Anche se si guarda al più famoso esperimento relativo all’interazione uomo-macchina, cioè al test di Turing, non si può fare a meno di notare la sua originaria forma conversazionale (il matematico inglese partì da un gioco imitativo con tre partecipanti), che eccede la dimensione asettico-cognitiva in cui la teoria dell’informazione ha successivamente collocato l’intelligenza artificiale. L’inganno della macchina intelligente, il suo ‘sembrare umana’, si basa da un lato, paradossalmente, sull’assenza del faccia-a-faccia, ma dall’altro sulla sua simulazione attraverso la scrittura; insomma si tratta di un complesso dialogo a due o più attori, di cui uno, potremmo dire in termini sartriani, è in malafede – un dialogo che ridiventa un faccia-a-faccia intimo ed evenemenziale nell’altrettanto famosa trasposizione letterario-cinematografica del test di Turing: nell’antropomorfismo perfetto, prometeico e seducente dei replicanti immaginati da Philip K. Dick e filmati da Ridley Scott in Blade Runner.

Se, come complemento fantastico della fase ancora pionieristica della cibernetica, il replicante rappresenta la forma tridimensionale e speculare (addirittura autocosciente) dell’interfaccia, ovvero il culmine dello sforzo con cui gli umani umanizzano le loro protesi tecnologiche, in termini storici si può ipotizzare che la straordinaria e accelerata evoluzione delle interfacce digitali, nonché dello schermo come facies, non sia determinata soltanto dall’esigenza di tradurre il codice binario in un sistema segnico accessibile all’utente profano, ma rinvii proprio alla dimensione inter-facciale e semiosferica (Lotman 1985) delle relazioni umane, ovvero la riproduca in forme sempre più finemente antropomorfizzate – il che, di rimando, rende possibile agli umani interagire tra loro in sempre più complessi ambienti mediali: li porta a conversare in forme sempre più tecnologicamente trasparenti (cyborg). In questa prospettiva, il Manifesto cyborg di Donna Haraway (1995) rappresenta a sua volta il tentativo di scavalcare, o meglio di sciogliere tale antropomorfismo (con le sue rigide opposizioni dualistiche: uomo/donna, natura/cultura, ecc.) nella fluidità del post-umano: l’umanizzazione sempre più spinta dell’interfaccia utente costituirebbe soltanto una delle possibili traduzioni mediali e tecnologiche dell’esigenza non solo umana, ma propria di tutte le forme di vita (anche di quelle artificiali), di vivere immersi in una comune appartenenza sonosferica o etologica (nel rumore di una “campana vocale”, per dirla con Sloterdijk), in un continuo scambio linguistico non tanto di informazioni e simboli, quanto di segni e soprattutto di reciproche emozioni.

Sulla scorta di tale provvisoria ricognizione tecno-mediale e psico-semantica, diremo che il termine interfaccia può essere declinato ad almeno cinque livelli profondamente interconnessi, che permettono di storicizzarlo, di decostruirlo, ma anche di spingersi nei suoi più reconditi risvolti ontologici e metaforici, nella gamma di possibili (in)distinzioni tra umano e non-umano:

  • un livello esclusivamente inter-umano, intersoggettivo, il quale designa le complesse forme di interazione linguistica – in particolare la conversazione faccia-a-faccia, con la sua prossemica corporeità, ma anche la sua trasposizione scritturale: tutte le “tecniche del corpo” (per dirla con Marcel Mauss) – che permettono ai membri della nostra specie di umanizzarsi ma anche di restare umani: come è noto, la deprivazione e l’isolamento linguistici portano rispettivamente al ritardo mentale e alla pazzia, mentre l’ascesi, in quanto “tecnica di solitudine” (Macho 2012), implica comunque la capacità di conversare con sé stessi;
  • un primo livello ibrido di carattere morfobiologico, antropogenetico e paleontologico, riferito all’interfaccia uomo-animale, uomo-vegetale, uomo-inorganico, ma anche all’interfaccia animale-vegetale (si pensi alla vespa e all’orchidea di Deleuze e Guattari: 2017, 45), animale-animale e animale-inorganico: una dimensione in cui pensare lo spazio e le tecniche di relazione tra specie diverse al di là, o al di qua del tratto evolutivo specificamente umano della protrusione del volto;
  • un secondo livello ibrido, che parte invece dalla nostra tendenza a far parlare il non-umano, ad antropomorfizzarlo e di fatto a re-includerlo nel campo dell’umano, e indica quindi l’interazione o meglio la conversazione, il dialogo tra l’utente umano e la macchina, sia essa un pc, un tablet o un robot (un replicante): da Hal 9000 ad Alexa, l’interfaccia ‘risponde’ letteralmente al bisogno umano di parlare con, e dunque di progettare la facies di un ente inanimato come se avesse un’anima – come se fosse umano;
  • un livello tecno-sociale, nel quale gli umani interagiscono e soprattutto conversano ‘faccia-a-faccia’ o, al contrario, si nascondono dietro innumerevoli mascheramenti tecnologici, si confrontano attraverso interfacce non umane, prevalentemente digitali: se l’identità virtuale permette di sottrarsi all’individuazione, la videochiamata in rete rappresenta il superamento digitalizzato della telefonata, dunque l’esperienza di un nuovo spazio inter-facciale che apparentemente si serve, ma in realtà ‘dipende’ dall’interazione ibrida uomo-macchina;
  • un ultimo livello esclusivamente ma problematicamente macchinico, dunque sia meta-umano che post-umano, in cui due o più intelligenze artificiali conversano tra loro, ovvero dialogano attraverso interfacce progettate dall’uomo per riprodurre, o al contrario per superare il carattere autoplastico e autoreferenziale dell’interazione umana: a questo livello la conversazione, o meglio la socialità del macchinico, da un lato sembra umanizzare, dall’altro far evolvere le macchine interagenti in un nuovo spazio interfacciale.

Il numero 8 della rivista Kaiak. A Philosophical Journey intende mettere a tema questi livelli o accezioni del concetto di interfaccia, esplicitandone i risvolti squisitamente filosofici ma anche le diverse implicazioni tecno-sociali: dall’ontologia cibernetica all’analisi conversazionale, dagli eccezionali sviluppi algoritmici dell’ingegneria elettronica alla psicoterapia online, fino alle nuove forme di socialità virtuale innescate dalla pandemia.

 

[1] Si veda lo spazio ‘tra i volti’ che Peter Sloterdijk ha chiamato “sfera intima interfacciale” nel primo volume della trilogia Sfere, Bolle (2014, 127-191).

[2] Si tratta del problema della traducibilità dei linguaggi di programmazione, che, brevettati da poche grandi compagnie (Microsoft, Apple), codificano e di fatto monopolizzano la quasi totalità dei processi informatici – anche quelli usati dalle infrastrutture pubbliche, che devono quindi affidarsi alla proprietà privata dei linguaggi con cui funzionano i loro servizi (Srnicek 2016).

 

Topics

1) teorie del ‘faccia-a-faccia’

2) evoluzione delle interfacce tecnologiche

3) la conversazione uomo-macchina

4) forme della socialità mediale

5) interfaccia e funzione psy

6) ontologia dell’interfaccia

 

 

Riferimenti bibliografici

Deleuze, G. & Guattari, F. (2017). Mille piani. Capitalismo e schizofrenia. Trad. it. di P. Vignola. Napoli-Salerno: Orthotes.

Haraway, D. J. (1995). Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo. Trad. it. di L. Borghi. Milano: Feltrinelli.

Lévinas, E. (2016, 1° ed. it. 1998). Tra noi. Saggi sul pensare-all’altro. Trad. it. di E. Baccarini. Milano: Jaca Book.

Lotman, J., (1985). La semiosfera. L’asimmetria e il dialogo nelle strutture pensanti. Trad. it. di S. Salvestroni. Padova: Marsilio.

Macho, T. (2012). Tecniche di solitudine. Aut aut, 355, 57-77.

Sloterdijk, P. (2014). Bolle. Trad. it. di G. Bonaiuti. Milano: Raffaello Cortina.

Srnicek, N., (1985). Platform Capitalism. Cambridge: Polity Press.