Può una rivista di filosofia online occuparsi di droga e più in generale della capacità che la mente umana possiede di subire – e al tempo stesso indurre – alterazioni percettive, emotive e comportamentali attraverso l’assunzione di sostanze? In un’epoca di rinnovato proibizionismo (almeno in alcuni Paesi europei ed extraeuropei) ma anche (in molti altri) di eccezionale liberalizzazione, e considerando il ruolo svolto, in entrambi i casi, dal web, la domanda non è né retorica né stravagante, perché le potenzialità e le tecniche psicotrope dell’uomo rappresentano un fenomeno culturale (estetico nel doppio senso del termine: sensoriale e artistico) e insieme metabolico (chimico, fisiologico) che non può essere relegato dal politically correct nell’ambito medico-legale o psicoterapeutico, e neppure soltanto in quello sociologico-antropologico, nel quale peraltro è stato abbondantemente studiato: l’esperienza psicotropa, in quanto attraversamento (Erfahrung) di una soglia che modifica irreversibilmente il soggetto, ha a che fare con la sostanza stessa del pensiero, con la sua capacità di trasformare concretamente, materialmente la propria realtà (non a caso Stoffwechsel, cambiamento/scambio di materia ma anche di sostanza, è il temine tedesco per ‘metabolismo’), anche con le sostanze naturali o artificiali ‘esterne’ che la rendono possibile. Se pensare equivale insomma a sperimentare (su) se stessi, da soli o con altri, o meglio a concepire e praticare diverse forme di seità, identità o anche dis-identificazione, allora le modalità di espansione, o, al contrario, di riduzione del potere della mente prodotte dall’introduzione della materia (Stoff) nello spazio vivo del corpo (Leib), costituiscono un oggetto filosofico di prim’ordine, che deve accompagnare la riflessione etica e psicosociale sulle forme di dipendenza che le sostanze psicotrope inducono nella maggior parte degli individui che ne fanno uso.

Attraverso l’insolito e volutamente scorretto plurale del nostro sesto numero – psicotropie – cerchiamo in altri termini, e in primo luogo, di distinguere tra psicotropia come ebbrezza, vertigine attiva della sostanza (quindi coraggiosamente sperimentale, ancorché in alcuni casi dannosa o addirittura fatale) e psicotropia come dipendenza o anche ‘caduta’ passiva nel gorgo della sostanza (quindi tendenzialmente conformista, perché indotta-prodotta all’interno del quadro economico-politico del tardo capitalismo). In quest’accezione la psicotropia coinciderebbe col consumo di sostanze stupefacenti nel mondo contemporaneo, in particolare nei paesi occidentali e soprattutto negli Stati Uniti – consumo che come sappiamo è aumentato appunto vertiginosamente a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, ma che oggi appare profondamente modificato e ambiguamente ‘proletarizzato’ grazie, da un lato, alla possibilità di produrre droghe sintetiche, dall’altro a causa del calo dei prezzi (ad esempio della cocaina).

In secondo luogo però, consapevoli della delicatezza del tema (delle sue ricadute giuridiche come pure dei suoi tragici risvolti esistenziali), intendiamo spostare le prospettive e storicizzare in profondità il campo d’indagine. Ci preme sottolineare come le sostanze psicotrope abbiano una valenza antropologica e paleontologica fondamentale perché – seppure in relazione al “tipo” di sostanza e al suo uso – compaiono quando compare la specie umana. Esse in effetti accompagnano e in parte rendono addirittura possibili i sacrifici, le guerre, i riti di passaggio, il lavoro, nonché, come sopra accennato, alcune pratiche artistiche. Se si considera ad esempio (riguardo al lavoro) che il caffè è a tutti gli effetti una droga, o che (riguardo alla guerra) quasi tutti i soldati americani in Vietnam hanno assunto anfetamine, è possibile far saltare molti (presunti) steccati e partizioni, e al tempo stesso allargare il concetto di esperienza o fenomeno psicotropo cultuale oltre i recinti dell’antropologia o della sociologia delle religioni.  

In terzo luogo, e di conseguenza, non è possibile parlare “in generale” di sostanze psicotrope, in quanto: a) ogni sostanza ha un effetto farmacologico specifico che per giunta varia da individuo a individuo; b) l’effetto di ciascuna sostanza dipende anche dal contesto culturale/cultuale in cui viene assunta. Sappiamo ad esempio che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, all’interno della cultura underground ma anche nell’immaginario sociale dell’epoca, funzionava un discrimine valoriale se non addirittura politico tra gli oppiacei da un lato (in primis l’eroina), e la marijuana o l’hashish dall’altro; e mentre, ad esempio, negli stessi anni la cocaina era quasi inesistente, fatta eccezione in alcuni Paesi, come quelli andini, in cui il suo consumo era tradizionale e legato al lavoro, l’acido lisergico (LSD) assumeva spesso una connotazione ‘sperimentale’ del tutto particolare, legata non solo all’arte (musica, pittura, teatro, cinema) ma anche, in alcuni casi non troppo rari, alla filosofia in quanto psichedelia – alla lettera, trasparenza del pensiero a sé medesimo.

In quarto luogo dunque, invece di moltiplicare gli esempi relativi alle infinite variazioni psicotrope che agiscono nelle culture umane (infinite sia nello spazio che nel tempo), sarà opportuno riflettere ‘filosoficamente’ sul fatto che la nozione di psicotropia – sempre alla lettera, nutrimento dell’anima – appare legata in modo ambiguo e ambivalente a quella di dipendenza, e quest’ultima a quella di passività, la quale è, in fondo, la faccia oscura del ‘metabolismo’. Se infatti facciamo l’esempio del cibo (solo apparentemente lontano dalla psicotropia) e tralasciamo gli indubbi significati psico-simbolici del dare/ricevere nutrimento, soffermandoci su di esso solo come sostanza (che dà energia), allora potremmo pensare alla “fame” (quella che le società occidentali non conoscono più da secoli, ma che è stata per millenni una condizione comune a gran parte della specie ed è ancora oggi un’esperienza di una parte consistente dell’umanità) come a una tipica condizione di “astinenza”, quindi di assoluta dipendenza, che, non dimentichiamolo, genera alterazioni percettive e comportamentali. L’eliminazione della fame nel mondo è stata, non a caso, un obiettivo di emancipazione etico-politico, oltre che economico, tipicamente novecentesco. Ebbene, oggi tale obiettivo è stato (quasi completamente) raggiunto non certo curando la fame come sindrome di astinenza, ma consentendo a tutti (o quasi) di mangiare; in altri termini, l’astinenza da cibo è stata combattuta con la sua assunzione regolata e limitata, cioè con la dieta; nei confronti delle altre forme di dipendenza, invece, la difesa sociale (nonché economica) è stata quasi esclusivamente quella della repressione e della compensazione psico-farmacologica – che però crea a sua volta altre forme “normalizzate” di dipendenza e/o di alterazione della realtà.

Da tale punto di vista, le psicotropie non vanno analizzate solo attraverso il paradigma terapeutico, ma anzi attraverso la decostruzione di tale paradigma e al tempo stesso grazie alla comprensione prospettico-genealogica degli effetti che le tecniche di gestione (in termini foucaultiani, i dispositivi) delle dipendenze producono sugli individui e sulle società. Riflettere sulle forme della dipendenza e dell’alterazione dell’umano significa insomma riflettere sulla nostra specifica passività e plasticità di soggetti psicotropi, mostrando come essa sia ampia e profonda e perché non possa mai essere del tutto eliminata, bensì soltanto sperimentalmente, talvolta rischiosamente auto-governata.

 

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