Può una rivista di filosofia online occuparsi di droga e più in generale della capacità che la mente umana possiede di subire – e al tempo stesso indurre – alterazioni percettive, emotive e comportamentali attraverso l’assunzione di sostanze? In un’epoca di rinnovato proibizionismo (almeno in alcuni Paesi europei ed extraeuropei) ma anche (in molti altri) di eccezionale liberalizzazione, e considerando il ruolo svolto, in entrambi i casi, dal web, la domanda non è né retorica né stravagante, perché le potenzialità e le tecniche psicotrope dell’uomo rappresentano un fenomeno culturale (estetico nel doppio senso del termine: sensoriale e artistico) e insieme metabolico (chimico, fisiologico) che non può essere relegato dal politically correct nell’ambito medico-legale o psicoterapeutico, e neppure soltanto in quello sociologico-antropologico, nel quale peraltro è stato abbondantemente studiato: l’esperienza psicotropa, in quanto attraversamento (Erfahrung) di una soglia che modifica irreversibilmente il soggetto, ha a che fare con la sostanza stessa del pensiero, con la sua capacità di trasformare concretamente, materialmente la propria realtà (non a caso Stoffwechsel, cambiamento/scambio di materia ma anche di sostanza, è il temine tedesco per ‘metabolismo’), anche con le sostanze naturali o artificiali ‘esterne’ che la rendono possibile. Se pensare equivale insomma a sperimentare (su) se stessi, da soli o con altri, o meglio a concepire e praticare diverse forme di seità, identità o anche dis-identificazione, allora le modalità di espansione, o, al contrario, di riduzione del potere della mente prodotte dall’introduzione della materia (Stoff) nello spazio vivo del corpo (Leib), costituiscono un oggetto filosofico di prim’ordine, che deve accompagnare la riflessione etica e psicosociale sulle forme di dipendenza che le sostanze psicotrope inducono nella maggior parte degli individui che ne fanno uso.

Attraverso l’insolito e volutamente scorretto plurale del nostro sesto numero – psicotropie – cerchiamo in altri termini, e in primo luogo, di distinguere tra psicotropia come ebbrezza, vertigine attiva della sostanza (quindi coraggiosamente sperimentale, ancorché in alcuni casi dannosa o addirittura fatale) e psicotropia come dipendenza o anche ‘caduta’ passiva nel gorgo della sostanza (quindi tendenzialmente conformista, perché indotta-prodotta all’interno del quadro economico-politico del tardo capitalismo). In quest’accezione la psicotropia coinciderebbe col consumo di sostanze stupefacenti nel mondo contemporaneo, in particolare nei paesi occidentali e soprattutto negli Stati Uniti – consumo che come sappiamo è aumentato appunto vertiginosamente a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, ma che oggi appare profondamente modificato e ambiguamente ‘proletarizzato’ grazie, da un lato, alla possibilità di produrre droghe sintetiche, dall’altro a causa del calo dei prezzi (ad esempio della cocaina).

In secondo luogo però, consapevoli della delicatezza del tema (delle sue ricadute giuridiche come pure dei suoi tragici risvolti esistenziali), intendiamo spostare le prospettive e storicizzare in profondità il campo d’indagine. Ci preme sottolineare come le sostanze psicotrope abbiano una valenza antropologica e paleontologica fondamentale perché – seppure in relazione al “tipo” di sostanza e al suo uso – compaiono quando compare la specie umana. Esse in effetti accompagnano e in parte rendono addirittura possibili i sacrifici, le guerre, i riti di passaggio, il lavoro, nonché, come sopra accennato, alcune pratiche artistiche. Se si considera ad esempio (riguardo al lavoro) che il caffè è a tutti gli effetti una droga, o che (riguardo alla guerra) quasi tutti i soldati americani in Vietnam hanno assunto anfetamine, è possibile far saltare molti (presunti) steccati e partizioni, e al tempo stesso allargare il concetto di esperienza o fenomeno psicotropo cultuale oltre i recinti dell’antropologia o della sociologia delle religioni.  

In terzo luogo, e di conseguenza, non è possibile parlare “in generale” di sostanze psicotrope, in quanto: a) ogni sostanza ha un effetto farmacologico specifico che per giunta varia da individuo a individuo; b) l’effetto di ciascuna sostanza dipende anche dal contesto culturale/cultuale in cui viene assunta. Sappiamo ad esempio che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, all’interno della cultura underground ma anche nell’immaginario sociale dell’epoca, funzionava un discrimine valoriale se non addirittura politico tra gli oppiacei da un lato (in primis l’eroina), e la marijuana o l’hashish dall’altro; e mentre, ad esempio, negli stessi anni la cocaina era quasi inesistente, fatta eccezione in alcuni Paesi, come quelli andini, in cui il suo consumo era tradizionale e legato al lavoro, l’acido lisergico (LSD) assumeva spesso una connotazione ‘sperimentale’ del tutto particolare, legata non solo all’arte (musica, pittura, teatro, cinema) ma anche, in alcuni casi non troppo rari, alla filosofia in quanto psichedelia – alla lettera, trasparenza del pensiero a sé medesimo.

In quarto luogo dunque, invece di moltiplicare gli esempi relativi alle infinite variazioni psicotrope che agiscono nelle culture umane (infinite sia nello spazio che nel tempo), sarà opportuno riflettere ‘filosoficamente’ sul fatto che la nozione di psicotropia – sempre alla lettera, nutrimento dell’anima – appare legata in modo ambiguo e ambivalente a quella di dipendenza, e quest’ultima a quella di passività, la quale è, in fondo, la faccia oscura del ‘metabolismo’. Se infatti facciamo l’esempio del cibo (solo apparentemente lontano dalla psicotropia) e tralasciamo gli indubbi significati psico-simbolici del dare/ricevere nutrimento, soffermandoci su di esso solo come sostanza (che dà energia), allora potremmo pensare alla “fame” (quella che le società occidentali non conoscono più da secoli, ma che è stata per millenni una condizione comune a gran parte della specie ed è ancora oggi un’esperienza di una parte consistente dell’umanità) come a una tipica condizione di “astinenza”, quindi di assoluta dipendenza, che, non dimentichiamolo, genera alterazioni percettive e comportamentali. L’eliminazione della fame nel mondo è stata, non a caso, un obiettivo di emancipazione etico-politico, oltre che economico, tipicamente novecentesco. Ebbene, oggi tale obiettivo è stato (quasi completamente) raggiunto non certo curando la fame come sindrome di astinenza, ma consentendo a tutti (o quasi) di mangiare; in altri termini, l’astinenza da cibo è stata combattuta con la sua assunzione regolata e limitata, cioè con la dieta; nei confronti delle altre forme di dipendenza, invece, la difesa sociale (nonché economica) è stata quasi esclusivamente quella della repressione e della compensazione psico-farmacologica – che però crea a sua volta altre forme “normalizzate” di dipendenza e/o di alterazione della realtà.

Da tale punto di vista, le psicotropie non vanno analizzate solo attraverso il paradigma terapeutico, ma anzi attraverso la decostruzione di tale paradigma e al tempo stesso grazie alla comprensione prospettico-genealogica degli effetti che le tecniche di gestione (in termini foucaultiani, i dispositivi) delle dipendenze producono sugli individui e sulle società. Riflettere sulle forme della dipendenza e dell’alterazione dell’umano significa insomma riflettere sulla nostra specifica passività e plasticità di soggetti psicotropi, mostrando come essa sia ampia e profonda e perché non possa mai essere del tutto eliminata, bensì soltanto sperimentalmente, talvolta rischiosamente auto-governata.

 

Topics

- genealogia degli stupefacenti

- psicotropie religiose, sociali, politiche

- droghe e psicopatologia

- estetiche psicotrope

- psichedelia versus tossicomania

- dipendenze emotive, dipendenze mediali

Chaud et froid

Dans l’analytique transcendantale de la Critique de la Raison Pure, Kant employait l’exemple du degré – aussi infime qu’il soit– de chaleur perçue (il s’agit d’un exemple que tous les enseignants et les étudiants reconnaissent comme pédagogiquement efficace) pour reconnaître la variation de la quantité intensive en tant que deuxième principe de l’intellect pur (anticipations de la perception). Il ne pouvait cependant pas imaginer que deux siècles plus tard, cet exemple thermique deviendrait une croissance de la chaleur « en soi » graduelle mais inexorable. Et, il ne pouvait imaginer non plus que la froideur inhumaine de cette escalade éroderait de manière dangereuse la pureté du transcendantal, puisque le réel de la sensation, arrêtant de se disperser dans l’a priori de la gradation, menace la conscience empirique du « Je-pense ».

En menaçant les conditions de possibilité de tout horizon de sens, et reflétant ainsi l’affaiblissement du continuum physique, mais aussi de la continuité psycholinguistique, éthique et sociale de la gradation (comme on le voit couramment dans les relations intersubjectives, où le chaud devient brusquement froid, et le froid s’enflamme sans préavis), le problème du réchauffement global n’est plus seulement une question environnementale dérivant de la conscience «verte» qui caractérise la seconde moitié du XXe siècle, mais, il s’étend, au cours des dernières années, à un «point de non-retour». Cela se passe dans le domaine de la soi-disant «ontologie ciblée vers l’objet», dans le cadre allant de l’épistémologie politique de Bruno Latour jusqu’à l’écologie sombre de Tim Morton. Pour cette raison, en utilisant la définition de Morton, on peut affirmer que le réchauffement global, en tant qu’ «hyper-objet», a mis en question les limites «néolithiques» de l’écologie conservatrice traditionnelle en donnant ainsi de nouvelles bases au problème de l’Anthropocène.

Tout cela nous montre à quel point l’érosion du transcendantal et le retour presque obsessionnel du discours ontologique, qui a pris la forme du Nouveau Réalisme en Italie, cache des racines psychopolitiques brûlantes (et cela non seulement parce que l’augmentation de la température entraîne une augmentation de l’agressivité). En outre, cela met en relief, en revanche, que l’autonomie présumée du politique – de son ordre discursif refroidi par la technique de la gouvernance, ou de la « gouvernementalité algorithmique », comme dirait Antoinette Rouvroy – cache en son sein des options ontologiques, voire métaphysiques, totalement involontaires et inconscientes.

Par ailleurs, les aspects inconscients et problématiques de l’opposition paradigmatique chaud / froid envahissent actuellement le domaine de la théorie des médias. En effet, l’opposition entre médias «froids» et médias «chauds» établie par McLuhan est bien connue : les premiers imposaient une utilisation principalement passive et «froide», alors que les seconds permettaient une utilisation participative, interactive et «chaude». Cette distinction ayant été théorisée pour les médias électriques traditionnels (cinéma, radio, télévision), il n’est pas facile de l’appliquer aux médias d’aujourd’hui. Elle doit donc être radicalement reconsidérée en relation avec la confluence actuelle, ou mieux avec la con-fusion des médias dans le monde de l’hyper-media numérique.

C’est face au défi de l’irréversibilité des changements climatiques, politiques, sociaux et technologiques et de l’échec des anciennes distinctions et oppositions conceptuelles et systémiques, sans parler des distinctions identitaires, que la revue Kaiak a décidé d’explorer quelques points de contact possibles entre les différents aspects du sujet chaud / froid dans la pensée contemporaine : le côté «éco-onto-logique», le côté «médialogique» et psychosocial. Par le biais de la notion de «champ d’intensité» il est possible, par exemple, de faire interagir plusieurs distinctions philosophiques traditionnelles (i.e. la distinction entre grandeurs extensives et grandeurs intensives) avec certaines relectures postmodernes (Deleuze) ou certaines suggestions ontologiques plus récentes (Tristan Garcia). Par ailleurs, le jeu oxymorique entre les deux termes de cette opposition peut être utilisé pour mesurer la température actuelle des relations sociales plutôt que pour constater tout simplement leur dégradation.

Sujets

1) rechauffement global

2) médias chauds et médias froids

3) psychoses chaudes et psychoses froides

4) « thermotope » en tant que facteur anthropique (Sloterdijk)

5) le froid et le cruel (Deleuze)

6) nouvelles guerres froides/ zones géopolitiques chaudes au 21ème siècle

7) théories de l’intensité

Appel à contribution

Les propositions de résumés doivent être envoyées au comité de rédaction avant le 31 mars 2018. Les articles devront être envoyés à la rédaction avant le 30 juin 2018 et seront évalués en double aveugle.

Quando Kant, nell’analitica trascendentale della Critica della Ragion Pura, individuava nella variazione della quantità intensiva il secondo dei principi dell’intelletto puro (anticipazioni della percezione) portando come esempio il grado, ancorché minimo, di calore percepito[1] (un esempio didatticamente efficace, come ben sanno docenti e studenti), non poteva immaginare che, dopo più di due secoli, quest’esempio termico si sarebbe rovesciato in un graduale, ma inesorabile accrescimento del calore ‘in sé’. E che la freddezza inumana di tale escalation avrebbe pericolosamente eroso la purezza del trascendentale, dacché il reale della sensazione, smettendo di dileguare nell’apriori della gradazione, minaccia la stessa coscienza empirica dell’Io-penso.

Insidiando le condizioni di possibilità di ogni orizzonte di senso, e riflettendo così l’indebolimento del continuum fisico, ma anche psicolinguistico, per non dire etico e sociale della gradazione (per cui nelle relazioni intersoggettive il caldo trapassa bruscamente nel freddo, il quale a sua volta s’infiamma senza preavviso), la questione del riscaldamento globale, da tema ambientalista figlio della coscienza ‘green’ della seconda metà del secolo scorso, si è allargata fino a diventare negli ultimi anni un punto di non ritorno (a point of no return[2]) all’interno del campo della cosiddetta “ontologia orientata all’oggetto” – a partire dall’epistemologia politica di Bruno Latour fino all’ecologia dark di Tim Morton; non a caso, adottando la definizione di quest’ultimo, in quanto “iper-oggetto” il global warming ha messo in crisi i limiti “neolitici” dell’ecologia conservativa tradizionale, ponendo su basi nuove e allargate la problematica dell’Antropocene[3].

Tutto ciò mostra quanto l’erosione del trascendentale e la riemersione quasi ossessiva del discorso ontologico, che in Italia ha assunto la forma mainstream del nuovo realismo, abbia radici psicopolitiche incandescenti (e non solo perché, com’è noto, l’aumento della temperatura favorisce l’aumento dell’aggressività), ma anche quanto, per converso, la presunta autonomia del politico – del suo ordine discorsivo ormai ‘raffreddato’ dalla tecnica della governance o, come direbbe Antoinette Rouvroy, dalla “governamentalità algoritmica” – nasconda opzioni ontologiche o addirittura metafisiche del tutto irriflesse e inconsapevoli.

D’altra parte, gli aspetti inconsci e problematici dell’opposizione paradigmatica “caldo/freddo” tendono oggi ad emergere nel campo della teoria dei media. Com’è noto, McLuhan distingueva i media caldi da quelli freddi: i primi condizionavano una fruizione tendenzialmente “passiva” e “fredda”; i secondi, invece, una fruizione “partecipante”, inter-attiva e “calda”. Anche prescindendo dalle note difficoltà di applicazione di tale distinzione ai media elettrici classici (cinema, radio, televisione), relativamente ai quali era stata teorizzata, essa ha ormai bisogno di un radicale ripensamento in relazione alla attuale confluenza, o meglio con-fusione dei media negli iper-media digitali.

Di fronte alla sfida lanciata al pensiero contemporaneo dall’irreversibilità dei mutamenti climatici, politici, sociali e tecnologici, come pure dal venir meno delle vecchie distinzioni e opposizioni concettuali e sistemiche, per non dire identitarie, la rivista Kaiak ha deciso di esplorare alcuni possibili punti di raccordo tra le diverse facce del tema “caldo/freddo” – il lato “eco-onto-logico”, il lato “mediologico” ma anche quello “psicosociale”, visto che, ad esempio attraverso la nozione-campo di intensità, si possono far interagire classiche distinzioni filosofiche (come quella tra grandezze estensive e grandezze intensive) con alcune riprese tardo-novecentesche (Deleuze)[4] e recenti proposte ontologiche (Tristan Garcia[5]), mentre grazie al gioco ossimorico tra i due elementi dell’opposizione si può tentare di saggiare l’attuale temperatura del legame sociale, invece di constatarne, banalmente, la de-gradazione.

Topics

1) riscaldamento globale

2) media caldi e media freddi

3) psicosi calde e psicosi fredde

4) il termotopo come fattore antropogenico (Sloterdijk)

5) il freddo e il crudele (Deleuze)

6) nuove guerre ‘fredde’ / aree geopolitiche ‘calde’ del XXI secolo

7) teorie dell’intensità

Call for papers

Gli abstract delle proposte di saggi dovranno essere inviati in redazione entro il 31 marzo 2018.

I saggi dovranno pervenire entro il 30 giugno 2018 e saranno valutati secondo il procedimento di peer review anonima.

Editorial (english version)

Éditorial (version française)

[1]            «Ogni sensazione…, e quindi ogni realtà nel fenomeno, per piccola che sia, ha un grado ossia una quantità intensiva, sempre suscettibile di ulteriore diminuzione: fra la realtà e la negazione si distende una connessione continua di realtà possibili sempre minori. Ogni colore, il rosso ad esempio, ha un grado, il quale, per piccolo che sia, non è mai il minimo; lo stesso dicasi del calore, del momento della gravità, ecc.» Kant, Critica della Ragion Pura (Analitica trascendentale), Laterza, Roma-Bari 1981, Tomo I, p. 186, trad. leggermente modificata.

[2]            Punto di non ritorno - Before the Flood è il titolo di un documentario del 2016 diretto da Fisher Stevens ma prodotto e interpretato da Leonardo DiCaprio in collaborazione con il National Geographic, disponibile gratis in streaming online.

[3]       Vedi T. Morton, Dark Ecology. for a Logic of Future Coexistence, Columbia University Press, New York 2016: cfr. anche G. Chelazzi, L’impronta ecologica. Storia naturale della colpa ecologica, Einaudi, Torino 2013.

[4]       G. Deleuze – F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, a cura di p. Vignola, Orthotes, Napoli-Salerno 2017.

[5]       T. Garcia, La vie intense. Une obsession moderne, Éditions Autrement, Paris 2016; Id., Forme et object. Un traité des choses, PUF, Paris 2010; Id., “Cos’è qualcosa? Lascia che sia, e che sia intenso”, in I nuovi realismi, a cura di S. De Sanctis, Bompiani, Firenze-Milano 2017, pp. 87-103.

Hot and cold

In the “Transcendental Analytic” of the Critique of Pure Reason Kant identified the second principle of pure understanding (Anticipations of Perception) in the variation of the intensive quantity, citing as example the degree of heat perceived – an example that is didactically very concrete, as teachers and students know very well. He could not presume that, more than two centuries later, this thermal example would be overturned into a progressive but inexorable increase of the heat in itself. And that the inhumane coldness of this escalation would dangerously erode the purity of Transcendental, since the reality of sensation – no longer vanishing into the a priori of gradation – threatens even the empirical consciousness of the “I think”.

Undermining the conditions of possibility of every horizon of meaning, and so reflecting the weakening of the physical continuum, but also the psycholinguistic, ethical and social continuity of the gradation (as we can commonly see in the intersubjective relationships, where hot becomes abruptly cold, and cold becomes inflamed without notice), the problem about global warming is no longer just an environmental question but in the latest years it has expanded its outreach to a ‘point of no return’. This is happening in the “obejct-oriented ontology” field, from the political epistemology of Bruno Latour down to the dark ecology of Tim Morton. That’s why, using Morton’s definition, the global warming as hyper-object has jeopardized the Neolithic limits of the traditional conservative ecology laying on new and enlarged bases the problem of the Anthropocene.

All of this shows us how much the erosion of the Transcendental and the almost obsessive return of the ontological speech, which in Italy has taken the form of the New Realism, hides some burning psychopolitical roots. This does not happen just because the increase of temperature leads to an increase of aggressiveness. Further and conversely, the presumed autonomy of politics – of its discursive order cooled by the technique of governance, or by the algorithmic governmentality, as Antoinette Rouvroy would prefer to say – hides within it ontological or even metaphysical options, which are totally unintentional and unconscious.

As well as that, the unconscious and problematic aspects of the traditional opposition hot/cold are currently invading the domain of media theory. It is well known that McLuhan used to distinguish between ‘hot’ and ‘cold’ media: the first ones constrained a mainly passive and ‘cold’ fruition, the latter a partecipating, interactive and ‘hot’ fruition. McLuhan’s distinction was theorized for traditional electric media (cinema, radio, TV) and it is not easy to apply it to these media today, but it needs to be radically reconsidered in relation with the present confluence, or better con-fusion, of media in the world of digital hyper-media.

Facing the challenge issued to the contemporary thought by the irreversibility of climatic, political, social and technological changes, and by the failure of the old distinctions and conceptual oppositions, not to mention identitary distinctions, Kaiak magazine decided to explore some possible points of contact among the different aspects of the hot/cold theme: the eco-ontological side, the medialogical and psychosocial side (through the notion of “field of intensity” it’s possible to have interaction between classic philosophical distinction and postmodern revival – Deleuze – or recent ontological suggestions – Tristan Garcia– ), while the oxymoronic game between the two terms of the opposition can be used to measure the current temperature of social relationships, rather than simply taking note of their de-gradation.

Topics

1) global warming

2) hot media vs. cold media

3) hot psychosis and cold psychosis

4) hot nesting as anthropogenic factor (Sloterdijk)

5) coldness and cruelty (Le froid et le cruel, Deleuze)

6) new cold wars vs. hot geopolitical areas in the 21st century

7) theories concerning intensity

Call for papers

The abstracts of the papers shall be sent to Redaction within the 31 march 2018. The essays shall be delivered within June, 30th, and they will be valued through the anonymous peer review proceeding.

La sublimazione pulsionale è un segno che contraddistingue particolarmente il processo di incivilimento; essa fa sì che alcune attività psichiche assai elevate – le attività scientifiche, artistiche, ideologiche – assumano una parte così importante nella vita civile. Cedendo alla prima impressione, saremmo tentati di dire che la sublimazione è un destino forzatamente imposto alle pulsioni dalla civiltà. Ma sarà meglio riflettere su ciò un po' più a lungo [...]”

da S. Freud, Il disagio della civiltà

 

Pur tra molte oscillazioni, nei suoi scritti Freud ha concepito la sublimazione delle pulsioni come il dispositivo più importante del processo di civilizzazione. La possibilità che le pulsioni vengano soddisfatte attraverso una trasformazione della loro meta sessuale e/o aggressiva sarebbe a fondamento della socialità umana e, soprattutto, delle attività intellettuali, scientifiche e artistiche. Il termine include, nel suo plesso semantico, l’idea di elevatezza e di alleggerimento, oltre a quello della trasformazione di stato; include, inoltre, l’idea del differimento temporale del soddisfacimento sessuale e, quindi, come ebbe a scrivere Freud, del suo “giro lungo”.

Lacan ha radicalizzato la nozione di sublimazione fino a pensarla come il campo di emersione del simbolico: è attraverso i processi di sublimazione, che l’umanità sarebbe stata in grado di fronteggiare la violenza strutturalmente inclusa nel suo distacco dalla natura. Per tale ragione la sublimazione non coincide mai con un processo compiuto, perfetto e definitivo, assomigliando piuttosto ad un percorso incompiuto e indefinito che funziona più nelle modalità del suo fallire – come ha ben visto Beckett –, che in quelle della sua realizzazione. Se il campo del simbolico è infatti lo stesso del sintomo, il campo della sublimazione è il medesimo del soddisfacimento delle pulsioni, il che lo rende strutturalmente aporetico, oltre che straordinariamente complesso.

Interrogandosi sulle concrete modalità in cui la libido potesse essere de-sessualizzata per essere sublimata, Freud indicò nel narcisismo un fondamentale ‘tempo intermedio’ di tale trasformazione. Benché la sublimazione, per la sua complessità, non possa essere ridotta all’energia libidica dell’io, ciò significa che nelle società moderne un ruolo centrale viene svolto dalla struttura della personalità e dalle forme della soggettivazione. È per tale motivo che, oggi, la questione della sublimazione, intesa come dispositivo psico-sociale, non può essere separata dalla questione dell’individuo in grado – o non in grado – di sublimare le proprie pulsioni.

Tutto ciò complica ulteriormente il campo della discussione. Se la società contemporanea appare caratterizzata da una diffusa crisi degli ordini simbolici – crisi composita le cui cause sono principalmente mediali, psico-economiche e tecnologiche –, possiamo ancora considerare funzionante il paradigma della sublimazione, per quanto nelle modalità del suo funzionar-fallendo? La crisi degli ordini simbolici non è, per ciò stesso, una crisi dei processi di sublimazione? Inoltre, dal momento che il campo privilegiato sul quale misurare la validità del paradigma freudiano è stato da sempre quello delle espressioni artistiche, è ancora possibile comprendere e valutare la funzione delle arti (a patto che sia mai stato possibile farlo in senso generale) in base ad esso? Infine, siamo così sicuri che il paradigma funzioni e/o abbia funzionato in una sola modalità, quella teorizzata in Occidente dalla psicoanalisi?

Sulla scorta di tali interrogativi, la rivista Kaiak, nei giorni 15-16 marzo 2017, ha organizzato a Napoli, presso il Palazzo delle Arti, un convegno, a cura di Vincenzo Cuomo ed Eleonora de Conciliis, dal titolo La sublimazione. Analisi critica dell’ultima frontiera del simbolico. Lo scopo generale del convegno – al quale sono stati invitati filosofi, psicoanalisti, estetologi, sociologi ed artisti – trova una sintesi nelle seguenti tre domande-guida: 1) la connessione, stabilita da Freud, tra sublimazione e “civiltà umana” è ancora valida?; 2) le forme della sublimazione sono (state) le stesse nelle culture occidentali e in quelle orientali o comunque non europee?; 3) la teoria della sublimazione è utile per comprendere la funzione delle arti, oggi?

Il presente numero 4 della rivista Kaiak raccoglie gli Atti del convegno, arricchiti di altri contributi, provenienti dalla call for paper, che la redazione riterrà particolarmente significativi.

Call for papers:

invio proposte entro il 31 agosto 2017

Selezione entro il 15 settembre 2017

Invio articoli entro il 15 novembre 2017

 

Topics:

Sublimazione e perversione

Sublimazione e lavoro

Sublimazione e de-sublimazione repressiva

Vecchie e nuove pratiche sublimatorie nella civiltà globalizzata

Corpo e sublimazione

Pratiche artistiche e sublimazione