Quando Kant, nell’analitica trascendentale della Critica della Ragion Pura, individuava nella variazione della quantità intensiva il secondo dei principi dell’intelletto puro (anticipazioni della percezione) portando come esempio il grado, ancorché minimo, di calore percepito[1] (un esempio didatticamente efficace, come ben sanno docenti e studenti), non poteva immaginare che, dopo più di due secoli, quest’esempio termico si sarebbe rovesciato in un graduale, ma inesorabile accrescimento del calore ‘in sé’. E che la freddezza inumana di tale escalation avrebbe pericolosamente eroso la purezza del trascendentale, dacché il reale della sensazione, smettendo di dileguare nell’apriori della gradazione, minaccia la stessa coscienza empirica dell’Io-penso.

Insidiando le condizioni di possibilità di ogni orizzonte di senso, e riflettendo così l’indebolimento del continuum fisico, ma anche psicolinguistico, per non dire etico e sociale della gradazione (per cui nelle relazioni intersoggettive il caldo trapassa bruscamente nel freddo, il quale a sua volta s’infiamma senza preavviso), la questione del riscaldamento globale, da tema ambientalista figlio della coscienza ‘green’ della seconda metà del secolo scorso, si è allargata fino a diventare negli ultimi anni un punto di non ritorno (a point of no return[2]) all’interno del campo della cosiddetta “ontologia orientata all’oggetto” – a partire dall’epistemologia politica di Bruno Latour fino all’ecologia dark di Tim Morton; non a caso, adottando la definizione di quest’ultimo, in quanto “iper-oggetto” il global warming ha messo in crisi i limiti “neolitici” dell’ecologia conservativa tradizionale, ponendo su basi nuove e allargate la problematica dell’Antropocene[3].

Tutto ciò mostra quanto l’erosione del trascendentale e la riemersione quasi ossessiva del discorso ontologico, che in Italia ha assunto la forma mainstream del nuovo realismo, abbia radici psicopolitiche incandescenti (e non solo perché, com’è noto, l’aumento della temperatura favorisce l’aumento dell’aggressività), ma anche quanto, per converso, la presunta autonomia del politico – del suo ordine discorsivo ormai ‘raffreddato’ dalla tecnica della governance o, come direbbe Antoinette Rouvroy, dalla “governamentalità algoritmica” – nasconda opzioni ontologiche o addirittura metafisiche del tutto irriflesse e inconsapevoli.

D’altra parte, gli aspetti inconsci e problematici dell’opposizione paradigmatica “caldo/freddo” tendono oggi ad emergere nel campo della teoria dei media. Com’è noto, McLuhan distingueva i media caldi da quelli freddi: i primi condizionavano una fruizione tendenzialmente “passiva” e “fredda”; i secondi, invece, una fruizione “partecipante”, inter-attiva e “calda”. Anche prescindendo dalle note difficoltà di applicazione di tale distinzione ai media elettrici classici (cinema, radio, televisione), relativamente ai quali era stata teorizzata, essa ha ormai bisogno di un radicale ripensamento in relazione alla attuale confluenza, o meglio con-fusione dei media negli iper-media digitali.

Di fronte alla sfida lanciata al pensiero contemporaneo dall’irreversibilità dei mutamenti climatici, politici, sociali e tecnologici, come pure dal venir meno delle vecchie distinzioni e opposizioni concettuali e sistemiche, per non dire identitarie, la rivista Kaiak ha deciso di esplorare alcuni possibili punti di raccordo tra le diverse facce del tema “caldo/freddo” – il lato “eco-onto-logico”, il lato “mediologico” ma anche quello “psicosociale”, visto che, ad esempio attraverso la nozione-campo di intensità, si possono far interagire classiche distinzioni filosofiche (come quella tra grandezze estensive e grandezze intensive) con alcune riprese tardo-novecentesche (Deleuze)[4] e recenti proposte ontologiche (Tristan Garcia[5]), mentre grazie al gioco ossimorico tra i due elementi dell’opposizione si può tentare di saggiare l’attuale temperatura del legame sociale, invece di constatarne, banalmente, la de-gradazione.

Topics

1) riscaldamento globale

2) media caldi e media freddi

3) psicosi calde e psicosi fredde

4) il termotopo come fattore antropogenico (Sloterdijk)

5) il freddo e il crudele (Deleuze)

6) nuove guerre ‘fredde’ / aree geopolitiche ‘calde’ del XXI secolo

7) teorie dell’intensità

 

Call for papers

Gli abstract delle proposte di saggi dovranno essere inviati in redazione entro la fine di febbraio 2018.

I saggi dovranno pervenire entro il 30 giugno 2018 e saranno valutati secondo il procedimento di peer review anonima.


[1]       «Ogni sensazione…, e quindi ogni realtà nel fenomeno, per piccola che sia, ha un grado ossia una quantità intensiva, sempre suscettibile di ulteriore diminuzione: fra la realtà e la negazione si distende una connessione continua di realtà possibili sempre minori. Ogni colore, il rosso ad esempio, ha un grado, il quale, per piccolo che sia, non è mai il minimo; lo stesso dicasi del calore, del momento della gravità, ecc.» Kant, Critica della Ragion Pura (Analitica trascendentale), Laterza, Roma-Bari 1981, Tomo I, p. 186, trad. leggermente modificata.

[2]        Punto di non ritorno - Before the Flood è il titolo di un documentario del 2016 diretto da Fisher Stevens ma prodotto e interpretato da Leonardo DiCaprio in collaborazione con il National Geographic, disponibile gratis in streaming online.

[3]       Vedi T. Morton, Dark Ecology. for a Logic of Future Coexistence, Columbia University Press, New York 2016: cfr. anche G. Chelazzi, L’impronta ecologica. Storia naturale della colpa ecologica, Einaudi, Torino 2013.

[4]       G. Deleuze – F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, a cura di p. Vignola, Orthotes, Napoli-Salerno 2017.

[5]       T. Garcia, La vie intense. Une obsession moderne, Éditions Autrement, Paris 2016; Id., Forme et object. Un traité des choses, PUF, Paris 2010; Id., “Cos’è qualcosa? Lascia che sia, e che sia intenso”, in I nuovi realismi, a cura di S. De Sanctis, Bompiani, Firenze-Milano 2017, pp. 87-103.