“Signori, scusatemi se mi sono lasciato prendere dalla
filosofia; qui ci sono quarant’anni di sottosuolo”
Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

 

“Estragone: Allora non venire a rompermi
le scatole coi tuoi paesaggi!
Parlami del sottosuolo!”
Samuel Beckett, Aspettando Godot

 

 

Corrono esattamente centocinquant’anni da quando le Memorie del sottosuolo hanno segnato l’ingresso del risentimento sulla scena letteraria: un oggetto filosofico ‘basso’, abietto, con cui Dostoevskij ha rielaborato in modo geniale l’antica metafora infera della psichicità. Se fu una gioia estrema quella provata da Nietzsche al vederne una traduzione francese (L’esprit souterrain) sugli scaffali di una libreria, se l’inizio del secondo capitolo del romanzo deve aver profondamente segnato la fantasia di Kafka (“ora voglio raccontarvi, signori... perché non ho saputo diventare nemmeno un insetto”), e se Freud pose in esergo all’Interpretazione dei sogni un verso virgiliano che sembra anticipare di molti secoli l’immaginario auto-analitico e tellurico dello scrittore russo (“Si flectere nequeo Superos, Acheronta movebo”), si può ben dire che le Memorie abbiano avuto un’influenza sotterranea sul pensiero novecentesco, attraverso il quale l’uomo del sottosuolo, con la sua impura e dubbiosa coscienza, è divenuto per noi un vero e proprio personaggio concettuale.

Fedele all’ambizione di esplorare gli elementi spuri della soggettività e della socialità – dai rifiuti alla fame, dalla malavita alle derive del lavoro –, Kaiak ha ritenuto dunque necessario riproporre oggi i diversi ‘strati’ tematici che il romanzo dostoevskijano contiene dentro di sé, partendo da quello dell’isolamento invidioso e fallimentare incarnato dal protagonista.

Quest’uomo animato dall’amore per la distruzione, dalla passione per la sofferenza e dalla voluttà del dolore, ma anche libero di volere e cercare un senso al di là dell’obbligo e della necessità – cioè contro le pretese ‘borghesi’ del razionalismo positivistico e dell’utilitarismo – si muove in un mondo esso stesso ‘necessitato’, governato dall’ipertrofia tossica di una mente troppo affinata, troppo vigile, troppo sveglia e perciò incapace di scaricare, di dimenticare, di digerire, ma soprattutto di trasformarsi[1]. Il sottosuolo dostoevskijano sembra insomma cristallizzare in incubo il magma dell’interiorità soggettiva, ma anche dilatare in vuoto esistenziale la scansione gorgiana del nulla. In esso affonda il tipo umano ‘reattivo’ di cui Nietzsche tratteggia l’affermazione nella storia dell’Occidente, il tipo del risentimento dalla coscienza indurita, incapace di agire gli stimoli ricevuti perché animato dall’odio verso l’origine della traccia. Sul suo corpo ogni cosa ferisce e s’insinua come una spina, alimentando la tendenza ad accusare e sminuire se stesso e gli altri, l’incapacità di amare e ammirare: la passività è il carattere primario di questo “topo offeso”, gonfio di spirito di vendetta e di sopraffazione.

Ebbene, trasferendo questa genealogia su un altro piano di senso, il sottosuolo diviene il luogo del rancore sociale proprio delle democrazie moderne, nelle quali, cadute le vecchie gerarchie e sotto la spinta di un tocquevilliano amore per l’uguaglianza, la passione del confronto regna sovrana. Cercheremo allora d’interrogarci sulle trasformazioni della (in)coscienza del risentimento nelle nostre società, investite da una mutazione antropologica innescata e al tempo stesso amplificata dal nuovo universo percettivo dischiuso dai media elettrici, ma anche sulla storia del concetto di sottosuolo e sulle sue estensioni, sulla sua metafora gravida di potenza espressiva, capace di indicare le stratificazioni nascoste delle superfici più disparate: dalle norme implicite assunte dai soggetti per rendere effettivo il quadro delle norme formali, alle basse origini dei discorsi pubblici ufficiali, fino alla stessa terra che risente dei nostri atteggiamenti, non dimentica o altrimenti digerisce, restituendoci in forma diversa, e quasi sempre inaspettata, ciò che ad essa abbiamo destinato.

Qual è, insomma, il sottosuolo reale e ideale dei nostri modi di essere soggetti contemporanei? Come si articola oggi, nelle profondità della nostra mente archivistica, l’oscillazione tra libertà e necessità, tra conservazione ed eclissi dell’identità? Come si presenta e/o si districa, in un’epoca problematicamente post-freudiana, l’intreccio non solo metaforico tra il sottosuolo dell’anima e il sottosuolo materiale, tra il sottosuolo come spazio e il sottosuolo come tempo? E sopratutto, qual è l’effetto politico delle nuove forme del risentimento?

Quella attraversata dalla società attuale sembra una fase segnata da un eccesso di possibilità a fronte della persistente presenza di un fantasma della necessità, che orienta il sentimento diffuso e imperioso di non poter fare o essere altrimenti, e pure ammesso che ve ne sia la volontà, di non sapere neanche in cosa trasformarsi. La società disciplinare ha in gran parte ceduto il passo a nuovi regimi di visibilità ed enunciazione: a linee di forza che assomigliano alle spire di un serpente – per usare l’immagine di Deleuze – assai più che ai cunicoli delle talpe. Sgretolatesi a una velocità inedita su scala storica le gerarchie sociali nate nel XIX secolo, in un mondo governato dal principio di prestazione e di capitalizzazione della propria potenza, il godimento della comparazione risulta profondamente trasformato. Da qui l’opportunità di mettere a fuoco il modo in cui i cambiamenti sociali e istituzionali, così come le nuove gerarchie in via di formazione, ridefiniscono oggi il rapporto tra risentimento e democrazia, e più in generale tra democrazia e passioni tristi[2]. Anche perché è nel sottosuolo che corrono i fili che consentono alla rete (vissuta come luogo anonimo, quasi voyeuristico, di solitudine nell’affollamento) di legare, non di rado oscenamente, gruppi disparati, e perché la strutturazione immaginaria del legame on line assume sempre più spesso una veste reazionaria.

Quanto alla terra, in essa giacciono, insieme ai morti, le più neglette, ma anche più necessarie declinazioni naturali e culturali della metamorfosi. Cercheremo dunque di vedere nel sottosuolo non soltanto un luogo di malattia e malvagità (così comincia il testo di Dostoevskji), di abiezione e degrado, ma anche di scavo archeologico, penetrazione e decifrazione di segni – che non sono sempre quelli dell’inconscio. Sotto terra fermenta la materialità del reale, si elabora la resistenza, gli scarti sociali e i processi marginali possono riposizionarsi trovando una nuova e insieme antica, forma di espressione, in cui l’uomo cede all’animale: nel bestiario del sottosuolo non compare solo il topo, il verme, il serpente o lo scarafaggio, ma anche il lombrico creatore di humus, la talpa hegeliana o la formica socialmente configurata.

Al mondo rancoroso che emerge da un sottosuolo elettricamente perverso – il web[3] –, in cui la sincerità della confessione non riesce a mascherare le componenti nevrotiche o addirittura psicotiche della comparazione, come pure alla pratica ormai automatica dell’archiviazione dati (per cui il sottosuolo della nostra identità coincide o si riduce alle sue tracce registrate), si può infine opporre quella vera e propria dimensione parallela che ormai molte città (tra cui Napoli) espongono nei “musei del sottosuolo”, con le loro cisterne, cave, rifugi, depositi, ecc.: sotto i nostri piedi affiorano tracce di insediamenti umani, se non più democratici, almeno più solidali ed egualitari – come ricordano le simmetrie delle necropoli, delle catacombe e dei colombari, e perfino le cloache con le loro ingegnerie igienizzanti e la loro ironica specularità rispetto agli acquedotti. In questo senso la cripta di una chiesa, la cantina in cui si conserva il vino o l’ipogeo che serve a contrastare la calura estiva (si pensi al bellissimo giardino dipinto nei sotterranei della casa fuori porta di Livia) possono diventare l’immagine filosofica di sottosuoli contemplativi, rigeneranti, in cui sostano esseri dalla potente memoria e perciò pronti alla metamorfosi e all’azione.

 


[1] Una mente per la quale il godimento “proveniva precisamente dalla troppo chiara coscienza del tuo avvilimento; dal fatto che tu stesso sentivi di esser giunto all’ultimo limite; che era una cosa pessima, ma non poteva neppure essere altrimenti; che ormai non c’era via d’uscita per te, che mai più saresti diventato un altro uomo; che, se anche ti fosse rimasto tempo e fede per trasformarti in qualcos’altro, certamente tu stesso non ti saresti voluto trasformare; e se anche tu l’avessi voluto, non ne avresti fatto niente lo stesso, perché forse non c’era proprio nemmeno in che cosa trasformarti. […] ma è appunto nella disperazione che si hanno i godimenti più ardenti, specialmente quando senti con molta forza che dalla tua situazione non c’è via d’uscita.” F. Dostoevskji, Memorie dal sottosuolo, trad. it. di A. Polledri, Einaudi, Torino 1988, p. 10.

[2] Non è forse un caso se un movimento politico che si richiama alla democrazia e alla trasparenza universale sia tenuto insieme da un forte spirito di vendetta sociale.

[3] Non bisognerebbe mai dimenticare l’origine ben poco nobile del più grande sfogatoio-sputatoio coscienziale degli ultimi dieci anni, Facebook, a monte del cui prototipo (Facemash) non vi era che una compulsione a comparare ragazze hot or not.