La nozione di “scambio” è sopravvalutata: non c’è scambio che non sia ineguale, ed anche il “dono” – spesso a sua volta sopravvalutato o ingenuamente contrapposto ad esso – sembra consistere in uno scambio nascosto, oppure appare “impossibile”, simbolico e segreto innanzitutto per chi lo compie (secondo un’altrettanto impossibile linea speculativa che, partendo da Mauss, andrebbe da Baudrillard a Derrida). Soprattutto non c’è scambio che non implichi operazioni parassitarie: come ha sostenuto Michel Serres, non c’è attività “produttiva” che non causi, a cascata, parassiti (e parassiti di parassiti).

Il parassita prende senza dare. Esso è la sua stessa operazione, che consiste nel nutrirsi dell’ambiente-ospite senza fornire niente in cambio. Il parassita sottrae valore, energia, mangia a sbafo, consuma. Eppure il parassita (la sua esistenza, la sua stessa nozione) ci inquieta e ci disturba perché, desiderando distinguerci da esso, finiamo con l’invidiarlo o per riconoscervi un eccesso di (segreta) somiglianza con noi. Forse per proteggerci da questa inconfessabile similarità, e ripetendo così un’inavvertita metafisica, postuliamo che al vertice di qualsiasi cascata parassitaria ci sia pur sempre (stata) una Causa Produttrice che crea da sé senza mai prendere (parassitariamente) da altri. Perché, se non si postulasse l’esistenza di tale Causa, tutte le attività (umane e non umane) finirebbero per apparire parassitarie e, con un’inversione improvvisa dell’onere della prova, ciò che sembrava un dato ontologico acquisito – vale a dire il primato della Produzione e della Potenza Creativa – apparirebbe proprio ciò che bisognerebbe dimostrare e spiegare.

Uno dei paradossi del parassitismo è che può apparire, ed essere, aggressivo e predatorio oppure emancipativo e libertario. Il parassita – sia nei suoi connotati biologici che in quelli sociali – può essere così violento da distruggere il suo ambiente ospite: si pensi alla relazione parassitaria tra le cellule cancerogene e l’organismo che le ospita (apoptosi), o all’Antropocene inteso come rapporto predatorio tra le società umane industrializzate e il loro ambiente di vita. Ma è possibile fare esempi di segno opposto: uno è quello del foodsharing praticato in alcune grandi città europee e organizzato in modo tale che le derrate alimentari non vendute (e destinate al macero) nelle catene della grande distribuzione possano essere prese da chiunque lo voglia, per qualsiasi motivo, senza dover chiedere a nessuno e in modo del tutto anonimo; un altro esempio, apparentemente ovvio e perciò poco indagato o sprofondato nella storicità dell’inconscio, è il rapporto del tutto parassitario che abbiamo con le culture umane passate e presenti, da cui prendiamo senza dover contraccambiare.

Ci sono inoltre delle operazioni parassitarie borderline tra predazione e uso ‘democratico’ delle energie o informazioni disponibili, come quella, diffusissima, che consiste nel craccare le risorse informatiche e i contenuti culturali attraverso la rete Internet. Anche in questo caso il paradosso della relazione parassitaria è che essa, prendendo solo ciò che effettivamente serve oppure che sembra avere un valore, risulta essere uno strumento indiretto di verifica di ciò che in una data epoca o in un certo contesto sociale viene percepito non tanto come ‘bene comune’ (il che ci riporterebbe alla sopravvalutazione dello scambio), quanto piuttosto come segno o forza di cui non è possibile fare a meno per vivere e soprattutto per esistere – come accadde, ad esempio, con il Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni di Raoul Vaneigem, famoso per essere stato il libro più rubato a Parigi nel 1968. Se insomma il parassita sottrae per esistere ed esiste per sottrarre, c’è un possibile equivoco da dissipare: esso non prende soltanto per sopravvivere ma anche per creare a suo modo, cioè differisce, devia, gioca, trasforma, improvvisa, inventa, sperimenta – e al tempo stesso sa di non essere la Causa della sua creatività: sa che ha bisogno che l’ambiente ospite sia ricco abbastanza (sotto qualsiasi prospettiva), altrimenti non potrebbe sottrarre, esistere e creare a modo suo. Per tale ragione il parassita può essere predatorio e violento (e per questo inconfessabilmente invidiato), ma non può soffrire di invidia sociale. Analogamente, il parassitismo può essere distruttivo e generare catastrofi, ma può anche creare simbiosi e ibridazioni, quindi equilibri punteggiati, connessioni a-evolutive, rizomi.

Com’è evidente, stiamo antropomorfizzando e psicologizzando il fenomeno parassitario solo per rendere più icastiche le sue caratteristiche ontologiche. Nella stragrande maggioranza dei casi, le operazioni parassitarie sono infatti inavvertite, anonime, impersonali e, soprattutto, non umane. Da tale punto di vista riteniamo non casuale che il problema del parassitismo stia emergendo, accanto a quello della simbiosi, in molte riflessioni teoriche contemporanee (biologia, ecologia, sociologia e di recente ontologia), connotando in modo significativo anche un campo di sperimentazione artistica. Ritornano così di attualità, come spesso accade, autori che, nel passato, hanno indagato la questione parassitaria in splendido isolamento – ci riferiamo, in particolare, a Gabriel Tarde e Michel Serres –, mentre ricerche teoriche innovative più recenti o apparentemente specialistiche, come quella della biologa teorica Lynn Margulis, rivelano la loro intima connessione con ambiti disciplinari storicamente distanti.

Infine, la relazione parassitaria deve poter essere interpretata anche nella prospettiva dell’ambiente che ospita e che incontra il parassita senz’averlo invitato. Il parassita è un ospite non richiesto oppure qualcuno che si è trattenuto troppo a lungo in casa, diventando invadente e oppressivo. Pur avendo compreso che, persino in questo caso, l’ambiente che ospita è a sua volta, spesso inavvertitamente, ospitato senza invito in altri ambienti-casa rispetto ai quali si comporta da parassita, il problema resta in tutta la sua crudezza: come liberarci di un essere che ci opprime, sottraendoci energie e togliendoci la libertà? Certo, anche senza dover giungere agli eccessi “padronali” di Ulisse nei confronti dei Proci, è possibile combattere il parassita per così dire imponendogli (ma neanche tanto) un contratto d’affitto, un contratto etico, economico, politico che, di volta in volta, delimiti e salvaguardi la nostra area di libertà. Ma si danno casi nei quali la relazione parassitaria non è percepita come tale dall’ospite, anzi è sentita paradossalmente come dono (!) di libertà e non come sua limitazione, il che eccede in termini psico-semantici i casi in cui la relazione, ancorché vitale, non è percepita affatto, tranne che in condizioni patologiche – si pensi alla flora batterica che ospitiamo nel nostro intestino. Avremo allora i casi-limite, i casi-eccezione in cui sembra accadere ciò che chiamiamo rapporto d’amore, e in cui si esperisce l’eccedenza di senso o anche l’eccesso patetico del parassitismo: se si accetta che l’altro/a prenda tutto ciò che desidera, anzi se si desidera che l’altro/a ci parassiti del tutto, che ci prenda tutto, è forse perché lo/la si ama – o ci troviamo di fronte a una sopravvalutazione del parassitismo analoga a quella della relazione di scambio? D’altra parte, proprio alla luce di questa insinuazione, la relazione parassitaria potrebbe configurarsi come una sorta di loop della materia vivente – come un pattern semplice ed elastico, in grado di liquidare ogni residuo antropomorfismo.   

In ogni caso, riflettere sui parassiti ci porta fuori dall’ambito (non solo economicamente) ristretto dello scambio, consentendoci di vedere cose che altrimenti non vedremmo. Se infatti, come dicevamo all’inizio, la nozione di scambio è sovrastimata, la polivalenza di quella parassitaria è ancora (di)sconosciuta.

 

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