Kaiak n. 9

2022

Weird

 

Il termine weird è attraversato da un oscuro sentiero tra causalità e dimensione estetica, tra fare e apparire, un sentiero che la filosofia occidentale dominante ha interrotto ed evitato di percorrere.

Timothy Morton, Dark Ecology

 

Le lingue sono ambienti culturali inter-psichici che ospitano numerosi sottosistemi: i linguaggi settoriali, caratterizzati da un certo conservatorismo ma attraversati da un potente dinamismo evolutivo e soprattutto da sorprendenti fenomeni di ricorrenza e ripetizione. In questa prospettiva psico-storica, la terminologia filosofica europea sembra essere stata territorializzata da due lingue: il greco e il tedesco. Se la prima, come dispositivo metafisico verticalizzante, ha dominato il pensiero antico innervando in maniera robusta, insieme al latino, anche quello moderno e contemporaneo, la seconda, col suo sterminato spazio semantico di appropriazione-divisione-produzione (per usare la celebre triade schmittiana: nehmen, teilen, weiden) del paesaggio speculativo, risulta imprescindibile per una profonda comprensione dei concetti chiave della filosofia contemporanea (almeno a partire dalla Frühromantik fino alla Scuola di Francoforte, e oltre) nonché della psicoanalisi (si pensi alla linea Schopenhauer-Freud). Rispetto a queste due lingue tanto “padrone” quanto ambiguamente materne, nel secolo scorso il francese sembra aver svolto per il pensiero (anzi per il variegato campo delle scienze umane) una eccitante funzione de-territorializzante e a tratti liberatoria, per non dire rivoluzionaria – basti pensare allo strutturalismo e al post-strutturalismo –, mentre l’inglese, una volta uscito da una sorta di insulare ancillarità, ha dato vita a una diversa tradizione lessicale e scritturale, quella angloamericana (si pensi soltanto al sistema delle note), che oggi risulta decisamente vincente sul piano della comunicazione filosofica globale: grazie al web, la lingua di Shakespeare e dei James (non solo i fratelli Henry e William, ma anche lo scrittore britannico Montague Rhodes) ha di fatto marginalizzato se non eclissato le strutture terminologiche e testuali del continente. Questa vittoria planetaria, pagata in alcuni ambiti di ricerca e da alcuni autori con un impoverimento o una semplificazione dell’armamentario concettuale classico, si sta peraltro traducendo, negli ultimi decenni, in una nuova contaminazione letteraria e narrativa dei dispositivi filosofici, talvolta ai limiti del pop ma, almeno nelle intenzioni, capace di traghettarli e quindi di farli funzionare definitivamente fuori dal vetusto antropocentrismo occidentale, ma anche al di là di un certo eurocentrismo che ancora grava su tante accademie continentali: accanto alla ripresa di temi ardui e astratti dell’ontologia (si pensi ai nodi “kantiani” del realismo speculativo), diversi pensatori di area anglosassone stanno facendo oggi emergere o meglio riemergere, nei loro testi, fantastiche suggestioni terminologiche apparentemente irriducibili al milieu specialistico della filosofia.

La più feconda di tali suggestioni è rappresentata dal verbo inglese weird, correlato al sostantivo wierd. L’etimologia è incerta: nella grafia wyrd, antecedente il XV secolo, esso sembrerebbe legato all’antico inglese woerthan, “diventare” – un significato metamorfico decisamente vicino al werden tedesco, tramite l’antico alto-tedesco wurd e il proto-germanico wurdis, “fato”. L’aggettivo medio-inglese weird avrebbe poi assunto il significato sostantivabile di “fatidico” o “magico”, socialmente evoluto o meglio neutralizzato, nell’inglese moderno, dai significati di “strano” o “bizzarro”[1], mentre sul piano squisitamente letterario l’espressione Weird fiction designa un sottogenere della letteratura speculativa fiorita tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo (Miéville 2009)[2], ma risorto negli anni Novanta e Duemila grazie al New Weird e allo Slipstream.[3]

Come suggerisce Timothy Morton, la cui carriera filosofica è germinata dallo studio della letteratura romantica inglese, in particolare dei coniugi Shelley, «weird viene dall’antico norreno wrth, che significa intrecciato, in loop. Le Norne intrecciano la tela del fato e Uror è una delle Norne. Ma l’aggettivo può significare anche “causale”: l’avvolgimento della spola del destino. Usato come sostantivo, weird è meno noto e indica, invece, il destino o il potere magico e, per estensione, i detentori di quel potere, le Parche o le Norne. In questo senso weird è connesso con worth (valere) inteso non come sostantivo ma come verbo, un verbo che ha a che fare con l’accadere o con il divenire» (Morton 2021, 53).

Dunque weird è l’accadere di un destino, ovvero un intreccio di fili in cui gli esseri sono presi alla stregua di insetti nella tela del ragno, ma anche la tremenda epifania del non umano: il tentacolare Chtulhu di Lovecraft, che non fa paura bensì orrore perché è l’apparire vischiosamente reale di una radicale estraneità al mondo stabile e misurabile che l’uomo ha edificato grazie al linguaggio, e in cui ha cercato di includere anche la cosiddetta “natura”[4]. D’altra parte i teorici e i critici che se ne sono occupati distinguono nettamente il weird dall’Unheimlich freudiano, cioè dal perturbante-spaesante[5]: mentre la nozione freudiana riporta l’esteriorità di ciò che è inquietante e solo apparentemente familiare (un-heimlich) all’energia pulsionale che affiora nel soggetto causandogli angoscia e contribuendo così all’eziologia della nevrosi, il weird è la percezione dell’essere (o del diventare) fuori-posto, di ciò che nell’ambiente quotidiano (nel rassicurante milieu linguistico in cui viviamo) appartiene al fuori e che ci porta fuori, destabilizzandoci in una chiave non semplicemente psicopatologica, bensì radicalmente ontologica. Non a caso anche nelle traduzioni italiane, accanto a “strambo”, “bislacco”, “originale” e “imbarazzante” restano le accezioni più profonde del termine, che rinviano alla sua origine destinale e metamorfica, alla sua fluida e inquietante instabilità, dunque al suo essere “fuori” rispetto al solido edificio della filosofia e dello stesso sistema di significazione – in ultima analisi, fuori dal perimetro dell’umano: il weird è “assurdo”, “misterioso”, “pazzesco” e, in virtù di una ripetizione per così dire laica del “soprannaturale”, “magico”.

La rivista Kaiak. A Philosophical Journey ha deciso di dedicare il suo nono numero a un’esplorazione filosofica di questa negletta genealogia psico-semantica, ovvero di percorrere questo «oscuro sentiero tra causalità e dimensione estetica, tra fare e apparire» (Morton 2021, 53), che costituisce al tempo stesso, nel nostro tempo, un esemplare fenomeno di ricorrenza speculativa nel paesaggio della cultura anglosassone ormai divenuta globale. Oggi weird è più che mai un termine filosoficamente “strano” che ci invita a pensare l’apparire del fuori dall’umano, sia perché è «ciò che è fuori posto, ciò che non torna» (Fisher 2016, 10), sia perché è «il segnale del fatto che i concetti e i sistemi di riferimento di cui ci siamo serviti in precedenza sono ormai obsoleti» (Ivi, 13).

 

[1] Questa la voce completa su Online Etymology Dictionary (www.etymonline.com/search?q=weird):
«c. 1400, “having power to control fate,” from wierd (n.), from Old English wyrd “fate, chance, fortune; destiny; the Fates,” literally “that which comes”, from Proto-Germanic *wurthiz (source also of Old Saxon wurd, Old High German wurt “fate,” Old Norse urðr “fate, one of the three Norns”), from PIE *wert- “to turn, to wind”, (source also of German werden, Old English weorðan “to become”), from root *wer- (2) “to turn, bend”. For sense development from “turning” to “becoming”, compare phrase turn into “become”. The sense “uncanny, supernatural” developed from Middle English use of weird sisters for the three fates or Norns (in Germanic mythology), the goddesses who controlled human destiny. They were portrayed as odd or frightening in appearance, as in “Macbeth” (and especially in 18th and 19th century productions of it), which led to the adjectival meaning “odd-looking, uncanny” (1815); “odd, strange, disturbingly different” (1820). Related: Weirdly; weirdness

[2] Il più famoso scrittore della Weird Fiction è stato sicuramente H. P. Lovecraft, che sta conoscendo negli ultimi anni una significativa Renaissance. Nell’ambito del realismo speculativo, Graham Harman gli ha dedicato un intero volume: cfr. Harman 2012.

[3] Come variazioni letterarie ma anche cinematografiche del fantasy, dell’horror e della fantascienza, il New Weird e lo Slipstream (termine coniato dallo scrittore Bruce Sterling) sono sottogeneri relativamente recenti della Weird Fiction; tra i riferimenti o precursori illustri di tali sottogeneri vengono indicati ad esempio S. King, J. G. Ballard e J. L. Borges.

[4] Harman sostiene che Chtulhu sia un “oggetto reale” perché non può essere ridotto ad alcuna specifica esperienza né proposizione linguistica, resistendo sia all’esperienza che al linguaggio. Per tale ragione anche le opere d’arte e gli artefatti religiosi sono weird – ma per Harman tutti gli oggetti lo sono (Harman 2012, 237 sgg.).

[5] Per quanto il suo testo sia prevalentemente dedicato al montaggio cinematografico più che alla letteratura, è stato Mark Fisher ad aver rigorosamente distinto il perturbante freudiano dal weird: cfr. Fisher 2016.

 

Riferimenti bibliografici

Fisher, M. (2016). The Weird and the Eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo. Roma: minimum fax
Miéville, C. (2009). “Weird Fiction”, in: Bould, Mark et al. The Routledge Companion to Science Fiction. New York: Routledge, pp. 510–516
Harman, G. (2012). Weird Realism: Lovecraft and Philosophy, Winchester (UK) – Washington (USA): Zero Books
Morton, T. (2021). Ecologia oscura. Logica della coesistenza futura. Trad. it. di V. Santarcangelo. Roma: Luiss University Press

 

 

Weird
(English version)

   

In the term weird there flickers
a dark pathway
between causality and the aesthetic dimension,
between doing and appearing, a pathway that
dominant Western philosophy has blocked
  and suppressed.
Timothy Morton, Dark Ecology


Languages are interpsychic cultural environments hosting several subsystems: sectorial languages, characterized by a certain conservatism but traversed by a powerful evolutionary dynamism, especially by surprising phenomena of recurrence and repetition. In this psycho-historical perspective, European philosophical terminology seems to have been territorialized by two languages: Greek and German. The first one has dominated ancient thought as a verticalizing metaphysical device, grafting robustly, together with Latin, also the modern and contemporary ones. The second one—with its endless semantic space of appropriation-division-production (to use the famous Schmidtian triad: nehmen, teilen, weiden) of the speculative landscape—turns out to be indispensable for a deep understanding of the main concepts of contemporary philosophy (at least from the Frühromantik to the Frankfurt School, and beyond) as well as psychoanalysis (think of the Schopenhauer-Freud line). In the last century, these languages (concurrently “master” and ambiguously maternal) witnessed the development of French. This language played an exciting, de-territorializing and paradoxically liberating —not to say revolutionary—role for thought. We can think about structuralism and post-structuralism or the varied human sciences field. Emerging from its insular ancillary function, English instead has given life to a different lexical and scriptural tradition: the Anglo-American one (think of the referencing style), which is today decidedly successful in terms of global philosophical communication. Thanks to Internet, the language of Shakespeare and the James (not only the brothers Henry and William but also the British writer Montague Rhodes) has effectively marginalized if not eclipsed the “continental” terminological and textual structures. This planetary victory provoked in some research areas and authors an impoverishment or simplification of the traditional conceptual armamentarium. However, in the last decades, it also generated a new literary and narrative contamination of philosophical devices, sometimes at the limits of pop culture. At least in the intentions, this contamination conveys and makes those devices work definitively outside the outdated Western anthropocentrism, just as beyond a well-known Eurocentrism that still weighs on many academies. Besides the revival of arduous and abstract motifs of ontology (thinking about the “Kantian” cores in speculative realism), several thinkers from the Anglo-Saxon area are letting today emerge or rather re-emerge, in their texts, fantastic terminological suggestions that seem to be irreducible to the specialized milieu of philosophy.

The most fruitful of these suggestions is depicted by the English verb weird, which is related to the noun wierd. The etymology is uncertain: in the spelling wyrd, before the fifteenth century, it seems related to the Old English woerthan, “to become”—a metamorphic meaning very close to the German werden, through the Old High German wurd and the Proto-Germanic wurdis, “fate”. The Middle-English adjective weird would then have assumed the noun meaning of “fateful” or “magical”, socially evolved or better neutralized in modern English by the meanings of “strange” or “bizarre”[1]. On a purely literary level, the expression Weird fiction designates a subgenre of speculative literature that flourished between the end of the nineteenth and the beginning of the twentieth century (Miéville 2009)[2] but resurrected in the 1990s and 2000s thanks to New Weird and Slipstream[3].

As suggested by Timothy Morton, whose philosophical career germinated from the study of English Romantic literature, particularly Mr and Mrs Shelley, weird comes «from the Old Norse urth, meaning twisted, in a loop. The Norns entwine the web of fate with itself; Urðr is one of the Norns. The term weird can mean causal: the winding of the spool of fate. The less well-known noun weird means destiny or magical power and, by extension, the wielders of that power, the Fates or Norns. In this sense weird is connected with worth, not the noun but the verb, which has to do with happening or becoming» (Morton 2016, 5).

Therefore, weird is the happening of a destiny, or rather an interweaving of threads in which beings are caught like insects in a spider’s net, but also the tremendous epiphany of the nonhuman: Lovecraft’s sprawling Cthulhu, which is not frightening but horrifying because it is the viscously real appearance of a radical extraneousness to the stable and measurable world that humans have built thanks to language, and in which they have tried to include even the so-called “nature”[4]. On the other hand, the theorists and critics who have dealt with it clearly distinguish the concept of weird from the Freud’s Unheimlich[5], namely from the perturbing-disorienting effect: while the Freudian notion conveys the exteriority of what is disturbing and pretending to be familiar (un-heimlich) to the drive energy that emerges in the subject causing them distress and thus contributing to the aetiology of neurosis, the weird is the perception of being (or becoming) out of place, of what in the everyday environment (in the reassuring linguistic milieu in which we live) belongs to the outside and that takes us outside, destabilizing us in a not simply psychopathological, but radically ontological way. It is no coincidence that even in Italian translations, alongside “eccentric”, “quirky”, “original” and “embarrassing”, the deeper meanings of the term remain, referring to its fatally and metamorphic origin, to its fluid and disturbing instability, therefore to its being “outside” the solid edifice of philosophy and the very system of signification—in the final instance, outside the perimeter of the human: the weird is “absurd”, “mysterious”, “crazy” and, under a secular repetition of the “supernatural”, it is “magical”.

The journal Kaiak. A Philosophical Journey has decided to devote its ninth issue to a philosophical exploration of this neglected psycho-semantic genealogy. Our aim is to walk this «dark pathway between causality and the aesthetic dimension, between doing and appearing» (Morton 2016, 5), which constitutes at the same time, in our epoch, an exemplary phenomenon of speculative recurrence in the landscape of Anglo-Saxon culture now become global. Nowadays, weird is more than ever a philosophically “strange” term that invites us to think about the appearance of the “outside” of human. The reason why is both that «the weird is that which does not belong» and that it is «the signal that the concepts and frameworks which we have previously employed are now obsolete» (Fisher 2016, 10, 13).

 

[1] This is the complete entry at Online Etymology Dictionary (www.etymonline.com/search?q=weird):
«c. 1400, “having power to control fate,” from wierd (n.), from Old English wyrd “fate, chance, fortune; destiny; the Fates,” literally “that which comes”, from Proto-Germanic *wurthiz (source also of Old Saxon wurd, Old High German wurt “fate,” Old Norse urðr “fate, one of the three Norns”), from PIE *wert- “to turn, to wind”, (source also of German werden, Old English weorðan “to become”), from root *wer- (2) “to turn, bend”. For sense development from “turning” to “becoming”, compare phrase turn into “become”. The sense “uncanny, supernatural” developed from Middle English use of weird sisters for the three fates or Norns (in Germanic mythology), the goddesses who controlled human destiny. They were portrayed as odd or frightening in appearance, as in “Macbeth” (and especially in 18th and 19th century productions of it), which led to the adjectival meaning “odd-looking, uncanny” (1815); “odd, strange, disturbingly different” (1820). Related: Weirdly; weirdness

[2] The most famous writer of Weird Fiction was certainly Howard P. Lovecraft, who is experiencing a significant renaissance in recent years. In the field of speculative realism, Graham Harman has devoted an entire volume to him: see Harman 2012.

[3] As literary but also cinematic variations on fantasy, horror, and science fiction, the New Weird and Slipstream (a term coined by the writer Bruce Sterling) are relatively recent subgenres of Weird Fiction; illustrious references or precursors to such subgenres include, for example, Stephen King, James G. Ballard, and Jorge L. Borges.

[4] Harman argues that Cthulhu is a “real object” because it cannot be reduced to any specific experience or linguistic proposition, resisting both experience and language. For this reason, works of art and religious artefacts are also weird – but for Harman, all objects are (Harman 2012, 237 ff.).

[5] Although his text is predominantly devoted to film editing rather than literature, it was Mark Fisher who rigorously distinguished the Freudian uncanny from the weird: see Fisher 2016.

 

References
Fisher, M. (2016). The Weird and the Eerie. London: Repeater.
Harman, G. (2012). Weird Realism: Lovecraft and Philosophy. Winchester: Zero Books.
Miéville, C. (2009). Weird Fiction. In M. Bould et al. (eds.), The Routledge Companion to Science Fiction (510–516). New York: Routledge.
Morton, T. (2016). Dark Ecology: For a Logic of Future Coexistence. New York: Columbia University Press.

 

 

Weird
(Version française)


Le terme weird est traversé par un obscur chemin entre la causalité et la dimension esthétique, entre faire et paraître, un chemin que la philosophie occidentale dominante a interrompu et évité de parcourir.

Timothy Morton, Dark Ecology

 

Les langues sont des environnements culturels inter-psychiques qui accueillent de nombreux sous-ensembles : les langages sectoriels, caractérisés par un certain conservatorisme, mais traversés par un puissant dynamisme évolutif et surtout par des phénomènes de récurrence et de répétition surprenants. Dans cette perspective psycho-historique, la terminologie philosophique européenne semble avoir été territorialisée par deux langues : le grec et l’allemand. Si la première, comme dispositif métaphysique verticalisant, a dominé la pensée ancienne en stimulant vigoureusement, avec le latin, aussi la pensée moderne et contemporaine, la deuxième, par son immense espace sémantique d’appropriation-division-production (pour utiliser la célèbre triade schmittienne : nehmen, teilen, weiden) du paysage spéculatif, résulte incontournable pour une compréhension profonde des concepts fondamentaux de la philosophie contemporaine (du moins à partir de la Frühromantik jusqu’à l’École de Francfort, et au-delà) et de la psychanalyse (on peut penser à la lignée Schopenhauer-Freud). Par rapport à ces deux langues tellement « patronnes » et en même temps, de manière ambiguë, maternelles, dans le siècle dernier le français semble avoir joué pour la pensée (ou mieux, pour le champ varié des sciences humaines) une fonction exaltante de déterritorialisation, parfois libératrice, voire révolutionnaire – il suffira de penser au structuralisme et au post-structuralisme –, alors que l’anglais, une fois sorti d’une sorte d’ancillarité insulaire, a donné naissance à une tradition lexicale et scripturale différente, la tradition angloaméricaine (on peut penser aux systèmes de référence bibliographique), dont on constate aujourd’hui le succès sur le plan de la communication philosophique globale : grâce au web, la langue de Shakespeare et des James (non seulement les frères Henry et William, mais aussi l’écrivain britannique Montague Rhodes) a de fait marginalisé, voire éclipsé, les structures terminologiques et textuelles du continent. Cette victoire planétaire, que certains domaines de recherche et certains auteurs ont payée avec un appauvrissement ou une simplification de l’équipement conceptuel classique, est par ailleurs en train de se traduire, dans les dernières décennies, en une nouvelle contamination littéraire et narrative des dispositifs philosophiques, parfois à la limite du pop, mais, du moins dans les intentions, capable de les conduire et donc de les faire fonctionner définitivement en dehors du vétuste anthropocentrisme occidental, mais aussi au-delà d’un certain eurocentrisme qui encore pèse sur un grand nombre d’académies continentales : à côté de la reprise de thèmes ardus et abstraits de l’ontologie (on peut penser aux nœuds « kantiens » du réalisme spéculatif), nombre de penseurs qui appartiennent au milieu anglo-saxon sont en train de faire émerger aujourd’hui, ou mieux de faire réémerger, dans leurs textes, des suggestions terminologiques fantastiques apparemment irréductibles au milieu spécialisé de la philosophie.

La plus féconde de ces suggestions est représentée par le verbe anglais weird, corrélé au substantif wierd. L’étymologie est incertaine : dans la graphie wyrd, antérieure au XVe siècle, le mot semblerait lié à l’anglais ancien woerhan, « devenir » – un sens métamorphique nettement proche du werden allemand, à travers l’ancien haut-allemand wurd et le proto-germanique wurdis, « destin ». L’adjectif moyen-anglais weird aurait ensuite pris le sens substantivé de « fatidique » ou de « magique », socialement évolué ou mieux neutralisé, dans l’anglais moderne, par les sens de « étrange » ou « bizarre »[1], alors que sur le plan strictement littéraire l’expression Weird fiction désigne un sous-genre de la littérature spéculative fleuri entre la fin du XIXe et le début du XXe siècle (Miéville 2009)[2], mais réveillé dans les années ’90 et 2000 grâce au New Weird et au Slipstream[3].

Comme suggère Timothy Morton, dont la carrière philosophique a germé à partir de l’étude de la littérature romantique anglaise, en particulier des époux Shelley, « weird vient de l’ancien norrois wrth, qui signifie entrelacé, en loop. Les Nornes tissent la toile du destin et Uror est l’une des Nornes. Mais l’adjectif peut aussi signifier “casuel” : l’enroulement de la navette du destin. Utilisé comme substantif, weird est moins connu et indique le destin ou le pouvoir magique et, par extension, les détenteurs de ce pouvoir, les Parques ou les Nornes. En ce sens weird est lié à worth (valoir) compris non comme substantif, mais comme verbe, un verbe qui est lié à ce qui se produit ou avec le devenir » (Morton 2016, 6).

Donc weird est l’avoir lieu d’un destin, c’est-à-dire un tissage de fils dans lequel les êtres sont pris comme des insectes dans la toile d’une araignée, mais aussi l’effroyable épiphanie du non humain : le Cthulhu tentaculaire de Lovecraft, qui ne fait pas peur, mais horreur, car il est le paraître visqueusement réel d’une étrangeté radicale par rapport au monde stable et mesurable que l’homme a édifié grâce à son langage, et dans lequel il a tenté d’inclure aussi ce que l’on a appelé la « nature »[4]. D’autre part, les théoriciens et les critiques qui s’en sont occupés distinguent nettement le weird du Unheimlich freudien, à savoir l’inquiétante étrangeté[5] : alors que la notion freudienne ramène l’extériorité de ce qui est inquiétant et seulement à l’apparence familier (un-heimlich) à l’énergie pulsionnelle qui affleure dans le sujet en lui causant l’angoisse et en participant ainsi à l’étiologie de la névrose, le weird est la perception de l’être (ou du devenir) qui n’est pas à sa place, de ce qui dans l’environnement quotidien (dans le milieu linguistique rassurant dans lequel on vit) appartient au dehors et qui nous porte dehors, en nous déstabilisant d’un point de vue non seulement psychopathologique, mais aussi radicalement ontologique. Ce n’est pas un hasard si dans les traductions du mot, avec les mots « bizarre », « original » et « embarrassant », il reste aussi les acceptions plus profondes du terme, qui renvoient à son origine destinale et métamorphique, à son instabilité fluide et inquiétante, donc à son être « dehors » par rapport à l’édifice solide de la philosophie et du système de signification – en dernière analyse, hors du périmètre de l’humain : le weird est « absurde », « mystérieux », « fou » et, en vertu d’une répétition pour ainsi dire laïque du « surnaturel », « magique ».

La revue Kaiak. A Philosophical Journey a décidé de consacrer son neuvième numéro à une exploration philosophique de cette généalogie psycho-sémantique souvent méconnue, c’est-à-dire de parcourir cet « obscur chemin entre la causalité et la dimension esthétique, entre faire et paraître » (Morton 2021, 6), qui constitue en même temps, dans notre temps, un phénomène exemplaire de récurrence spéculative dans le paysage de la culture anglo-saxonne devenue désormais globale. Aujourd’hui weird est plus que jamais un terme philosophiquement « étrange » qui nous invite à penser le paraître du dehors de l’humain, à la fois parce qu’il est « ce qui n’est pas à sa place » (Fischer 2016, 10), et aussi parce qu’il est « le signal du fait que les concepts et les systèmes de référence dont nous nous sommes servis auparavant sont désormais obsolètes » (Ibid., 13).

 

[1] Voici l’entrée complète dans le Online Etymology Dictionary (www.etymonline.com/search?q=weird):
«c. 1400, “having power to control fate,” from wierd (n.), from Old English wyrd “fate, chance, fortune; destiny; the Fates,” literally “that which comes”, from Proto-Germanic *wurthiz (source also of Old Saxon wurd, Old High German wurt “fate,” Old Norse urðr “fate, one of the three Norns”), from PIE *wert- “to turn, to wind”, (source also of German werden, Old English weorðan “to become”), from root *wer- (2) “to turn, bend”. For sense development from “turning” to “becoming”, compare phrase turn into “become”. The sense “uncanny, supernatural” developed from Middle English use of weird sisters for the three fates or Norns (in Germanic mythology), the goddesses who controlled human destiny. They were portrayed as odd or frightening in appearance, as in “Macbeth” (and especially in 18th and 19th century productions of it), which led to the adjectival meaning “odd-looking, uncanny” (1815); “odd, strange, disturbingly different” (1820). Related: Weirdly; weirdness

[2] Le plus célèbre écrivain de Weird Fiction a surement été H. P. Lovecraft, qui connaît dans les dernières années une importante Renaissance. Dans le domaine du réalisme spéculatif, Graham Harman lui a consacré un volume : cf. Harman 2012.

[3] Comme variations littéraires, mais aussi cinématographiques du fantasy, de l’horror et de la science-fiction, le New Weird et le Slipstream (terme créé par l’écrivain Bruce Sterling) sont des sous-genres relativement récents de la Weird Fiction ; parmi les références ou les précurseurs illustres de ces sous-genres on indique par exemple S. King, J. G. Ballard e J. L. Borges.

[4] Harman affirme que Cthulhu est un « objet réel » puisqu’il ne peut être réduit à aucune expérience spécifique ni proposition linguistique, en résistant à la fois à l’expérience et au langage. C’est pour cette raison qu’aussi les œuvres d’art et les artefacts religieux sont weird – mais pour Harman tous les objets le sont (Harman 2021, 237 s.).

[5] Même si son texte était consacré principalement au montage cinématographique plutôt qu’à la littérature, c’est Mark Fisher qui a rigoureusement distinct l’inquiétant freudien du weird : cf. Fisher 2016.

 

Références bibliographiques:

Fisher, M. (2016). The Weird and the Eerie. London: Repeater Books.
Miéville, C. (2009). “Weird Fiction”, in: Bould, Mark et al. The Routledge Companion to Science Fiction. New York: Routledge, pp. 510–516.
Harman, G. (2012). Weird Realism: Lovecraft and Philosophy, Winchester (UK) – Washington (USA): Zero Books.
Morton, T. (2016). Dark Ecology. For a Logic of Future Coexistence. New York: Columbia University Press.